Riccardo Balloi

Diamo il benvenuto a Riccardo Balloi e ai Racconti di un ottico solitario, innanzitutto grazie per questa chiacchierata..

R: Per me è un immenso piacere.

D: Prima qualche domanda per conoscerti un po’ di più. Chi è Riccardo Balloi e come nasce la tua passione per la scrittura?

R:amo trovare un filo conduttore, un’espressione chiave che nei miei racconti deve emergere durante le vicende che racconto. Pertanto lo farò anche con te, Loredana. Ecco, come un nodo che puntualmente viene al pettine, l’espressione chiave sarà ”partiamo da lontano”.

Partiamo da lontano.

Da ragazzino mi piaceva scrivere lettere agli amici. Iniziai a farlo con una certa assiduità quando conobbi Veronica e Sasha, di origini sarde, ma residenti una ad Oslo e l’altro a Parigi. Venivano in vacanza a Cagliari, e da lì iniziai i miei primi rapporti epistolari. Sasha è ancora uno dei miei più cari amici, anche se per lavoro oggi si trova ad Atlantide, domani a Gotham City, e ieri era ad Ischiano Scalo.

Ancora prima, è da dire, iniziai a scrivere lettere, in prima media, quando per motivi familiari ho passato tutta l’adolescenza lontano da Cagliari, immaginerai quante ne scrivessi a tutti i parenti. Ad esempio, alla mia mamma, che sarebbe passata a miglior vita quando io ero in Prima Media, lasciando me e i miei fratelli orfani, perché due anni prima era tristemente toccato a nostro padre.

Alle scuole superiori, in collegio, scrivevo lettere alle amiche, da una classe all’altra. Parlavamo dei nostri amori, dei nostri problemi, della nostra vita in generale. Le Estati, a casa a Cagliari poi, intrattenevo rapporti epistolari con mezza Italia, a occhio e croce. Una volta un amico mi spedì una cartolina da Messina, ma senza firmarla. Capii chi diavolo fosse solo perché concluse lo scritto con “mi dispiace per questo Cagliari”, frase che mi ha sempre detto a partire da una partita Cagliari- Inter, terminata due a due, ma per cui mi arrabbiai molto, perché ci facemmo rimontare due reti.

E così via, fino a un bel giorno, quando decisi che avrei voluto scrivere un libro. Lo iniziai, ma finii subito le idee e lo lasciai nei meandri del mio hard disk. Finché non prestai il pc alla mia allora fidanzata, che per caso lo lesse e mi disse che era molto interessante. L’emozione che provai nel ricevere quel complimento, seppur dalla persona che potenzialmente poteva farmelo con minor obiettività, mi spinse a continuarlo e finirlo. È anch’esso qui, nel mio pc, in attesa della milionesima revisione. Insieme a lui anche il secondo libro, e il terzo, che è a metà.

La mia attuale fidanzata, oggi è il mio più grande mentore, il mio più grande stimolo e il primo giudizio che ricerco, e devo dire che per lei è una bella rogna, perché se mi dice che un racconto le piace, ma non mi convince il modo come me l’ha detto, la tormento con decine di “ah, ma quindi non ti è piaciuto”.

D:Uno scrittore è prima di tutto un grande lettore, parlaci delle tue letture, cosa piace a Riccardo e quali autori hanno influenzato, se così possiamo dire, la tua scrittura?

R: diciamo che, per forza di cose, i miei studi in lettere mi hanno fornito il bagaglio stilistico -se posso azzardarmi definirlo tale- che oggi caratterizza i miei lavori. Ho però la disperata e perenne incertezza su come strutturare e definire le vicende, i personaggi e il registro linguistico. Pertanto – e questo è dato proprio da ciò che ho detto all’inizio della risposta- ho spaziato tanti generi, forse tutti, mi sono imposto letture di maestri e di classici, anche se a volte non mi piacevano, per pura accademia, per imparare.

Oggi, complici gli impegni lavorativi, leggo per lo più romanzi noir. Li trovo leggeri e fruibili. Per questo grandiosi.

Curiosità: quando lessi Harry Potter, alla fine della saga soffrii immensamente di nostalgia, come fossi andato via per sempre da quel mondo. Per autoconservazione, quindi, oggi, quando comincio una saga che mi piace, lascio da parte gli ultimi due volumi, e sono disposto non leggerli in eterno, se non escono nuove puntate. Mi fa pensare che io, nei mondi letterari in cui mi immergo, possa tornarci quando voglio. Tra poco leggerò il penultimo di Hap & Leonard, di Joe R. Lansdale, perché da penultimo sta per diventare terzultimo. E vai!

D:Quando scrivi hai un rituale particolare, tipo il posto giusto, l’atmosfera, la luce o semplicemente, segui l’ispirazione?

R:seguo sempre e solo l’ispirazione. Ascolto musica rigorosamente straniera, perché in italiano mi distraggo a seguire il testo. Non ho un rituale preciso, l’idea, più che l’ispirazione, viene così, a casaccio…

D:Come nascono i racconti di un ottico solitario e soprattutto chi è l’ottico solitario?

R:Partiamo da lontano.

Un giorno ho deciso di pubblicizzare i miei racconti. L’idea primordiale era riunirli in una raccolta, intitolata “I Racconti della Solitudine”, e devo dire che è ancora in piedi. Perché Solitudine? Pur avendo vissuto una vita in comunità, collegi, case universitarie in condivisione, ho sempre amato stare solo. Mi piace vedere gli amici, uscire, essere gentile con gli avventori in un locale, ma la maggior parte del mio tempo libero lo passo da solo. Ottico solitario, appunto. Di professione faccio l’ottico. Ecco tutto.

Un giorno, sempre la mia fidanzata, mi consiglia di aprire una pagina, poi un sito. Per ora ho pubblicato solo parte dei miei racconti brevi, un mini romanzo e qualcos’altro. I romanzi che ho “nel cassetto” saranno i prossimi, ma devo trovare il coraggio di revisionarli.

D:Il ragazzo senza nome del primo racconto, “Dieci Emozioni” ha una profondità d’animo incredibile, si crea un’empatia molto forte, e credo che dia una potenza narrativa notevole, quanto c’è di te in lui?

R:Di me in lui? Partiamo da lontano.

“Riccardo, perché non scrivi la tua biografia?”; “Riccardo, perché non racconti le tue avventure familiari, le tue malefatte in collegio, eccetera?”.

Ecco, lo sto facendo, finalmente, ma per ora credo sia più piacevole, per il lettore, questa mescolanza di invenzioni e autobiografia.

Ovviamente, non potrò mai dire cosa c’è davvero di me in quel personaggio, così maledettamente matto nel suo pragmatismo. Magari lo dirò quando sarò più grande, e il mio amor proprio sarà andato a farsi benedire definitivamente J

D: In Dieci emozioni c’è il tuo lato spirituale?

R:sono completamente ateo, ma trovo che la religione, le religioni, siano una fonte inesauribile di espedienti narrativi, trame e personalità. Su due piedi credo sia la prima volta, però, che inserisco una divinità in un mio racconto.

D: Cosa pensi delle emozioni? In questo racconto si evince che talvolta le emozioni, anche quelle belle, possono far male è così?

R:Le emozioni. Sono praticamente in perenne balia di esse. Rabbia, euforia, nervosismo, ma soprattutto malinconia e nostalgia. Rispondere a questa domanda, pertanto, sarebbe sempre riduttivo, perché la risposta sarebbe contaminata dallo stato d’animo in cui mi trovo al momento della discussione. Ora ho la febbre, pensa un po’. Però l’hai detta giusta: ogni emozione, bella o brutta che sia, avrà sempre un risvolto sulla persona, e non vi è una regola.

D: il finale è notevole, il sacrificio per amore non è un sacrificio cosa ne pensi?

R:Beh, sacrificio o no, spero in vita mia di non essere mai costretto a sacrificarmi per amore, non nel modo in cui lo fa il mio personaggio…

D:Parlaci degli altri racconti sono una sorta di diario, di ricordi, a cosa ti ispiri?

R:Mi ispiro un poco a tutto. Generalmente sono le rimembranze il mio principale motore, a volte mi portano a mettere su carta vere e proprie cronache del passato, e a volte ad inventarmi storie, mescolando, come dicevo poco fa, il vero con l’ invenzione.

Il mini romanzo “Tutt’altro che calcio, ad esempio”, è completamente inventato, ma molte storie narrate sono prese dai racconti di quartiere dei miei fratelli e dei loro amici.

D: Progetti per il futuro come scrittore?

R:Cercare la via per far conoscere ciò che scrivo, tramite concorsi, tramite il mio sito otticosolitario.it, tramite la mia pagina “racconti di un ottico solitario”, e, magari un giorno, tramite la pubblicazione di un libro cartaceo.

Soprattutto, però, migliorare, e non parlo soltanto come scrittore…

D:Cosa pensi del self-publishing?

R:In molti hanno trovato fortuna con questo espediente, e mi è stato consigliato più volte, ma per ora non mi interessa, non credo di essere all’altezza di creare un prodotto da solo, che sia vendibile. Parlo di editing, copertine, correzioni di bozze, pubblicizzazioni. E poi credo ancora che, se un lavoro è bello, prima o poi un editore lo scoprirà. E credimi, non voglio asserire implicitamente che i miei scritti siano degni di un colosso dell’editoria, è solo un pensiero generale. Il mio sogno è diventare uno scrittore, ma se non vi riuscirò, questo che per ora è un hobby, mi soddisfa.

Anche se io, se ho un obiettivo, faccio di tutto per afferrarlo.

D:Se io oggi volessi scrivere un romanzo, cosa mi consiglieresti? Ci sono delle regole o cosa?Esiste secondo te la ricetta per diventare un buon scrittore?

R:No, non esiste. Ci sono stati scrittori nati con la penna in mano, altri che lo sono diventati per caso, altri che sono diventati grandi libro dopo libro. Come, se ci trasferiamo nel campo musicale, i Clash. Sono diventati grandi, album dopo album. Anche se il primo, a parer mio, resta tra i più belli. Ma io non sono tecnicamente competente.

Se tu vuoi scrivere un romanzo, siediti e provaci. Scrivi di getto, oppure prima definisci degli schemi, dei profili caratteriali. Poi rileggi, migliora, fallo leggere a qualcuno. Alla fine, dopo che il tuo sedere sarà diventato piatto sulla sedia e i tuoi occhi saranno belli miopi, si vedrà se il tuo lavoro sarà buono. Pensa che io, per me, ancora non so se i miei lo sono, e non potrebbe essere altrimenti.

Ringrazio Riccardo per essere stato qui con e gli auguriamo un buon lavoro e tanti in bocca al lupo

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