Il pensiero “astratto” di Francesco Postorino

FrancescoPostorino è un giovane filosofo laureatosi in giurisprudenza alla Sapienza di Roma a soli 24 anni; l’anno dopo vince un dottorato di ricerca che gli consente di studiare la figura di Benedetto Croce e di condurre ricerche in merito all’idealismo italiano e alla cultura liberal. Approfondisce gli studi sulla corrente filosofica e politica dell’azionismo alla Sorbona, sotto la guida Jean François Kervégan e Serge Audier. Collabora con diverse riviste scientifiche italiane e straniere; scrive di cultura su alcuni quotidiani nazionali; cura una rubrica online, dal titolo «Dio è morto», per il settimanale “L’Espresso” e un’altra rubrica filosofica per il quotidiano “Linkiesta”.

Ha pubblicato due volumi: uno nel 2016, Carlo Antoni. Un filosofo liberista, Rubbettino, e l’ultimo, di qualche mese fa, Croce e l’ansia di un’altra città, Mimesis.

Ma non solo … Francesco Postorino scrive poesie (mai pubblicate) in un’epoca di nichilismo, dove il buio dell’anima cerca luce ed emozioni, e lo fa attraverso un pensiero puro e poetico.

Grazie Francesco per essere con me qui …

F: Grazie a te per la bella opportunità di dialogo.

Devo dire che la tua carriera è sbalorditiva e ti rinnovo i miei complimenti, sapere che ci sono giovani motivati e appassionati nell’arte della filosofia e della poesia è edificante; e ti chiedo subito qual è il tuo pensiero “astratto”

 

F: “Astratto” è un aggettivo che mi affascina, anche se preferirei “inutile”. Non soffro di improvviso masochismo, semplicemente non intendo rovinare la dimensione elusiva del pensiero.

Cos’è la filosofia e quanto è importante oggi?

 

F: Non so cosa sia, né credo sia giusto saperlo. Sarebbe un grave errore sfogliare un’enciclopedia o un ricco dizionario al fine di coglierne il significato. Come definire quello spazio di ricerca che ignora confini, barriere, rigore scientifico, evidenze, e che fissa la lancetta nel punto più avanzato dell’essenza? Uno spazio che fatica e chiede riposo, si immette nelle dispute del reale preservando l’abito della sobrietà, ma al contempo non può fare a meno dell’odore verde degli alberi, dell’incantevole pazienza della natura, del disegnino distratto di un bambino all’asilo. La filosofia è «inutile». Non serve a niente. Ecco perché è fondamentale oggi. Charles Dickens, in Tempi difficili, ci presenta Louisa, una ragazzina costretta ad adottare il linguaggio della matematica. Lei voleva sussurrare alla luna un po’ di confusione, non era pronta per il mondo degli adulti. Guardava un fiume e non le interessava il nome ufficiale, ma quello che il suo animo stabiliva di volta in volta. Era il 1854. Non è cambiato molto. Gli adulti di oggi sono come il padre e il marito di Louisa, cinici funzionari pronti a seppellire quel senso innato della creazione e della purezza.

 

Com’è nata la tua passione per il pensiero crociano?

 

F: Da ragazzino lessi per caso la sua Estetica. Non capì nulla, però qualcosa mi parlava e così decisi di riprenderla. Non ho più smesso di fare i conti con lo straordinario messaggio di Croce.

 

Devo dire che i tuoi libri sono illuminanti. Inizialmente si ha il timore che siano rivolti a una élite di lettori, cioè a chi ha conoscenze nel settore filosofico. Non è così. I tuoi libri vanno oltre, anche per i non addetti ai lavori.

 

F: Grazie. La filosofia è democratica per vocazione. Chi scrive non può interrompere il dialogo con la verità, e quest’ultima contiene un semplice vocabolario. Lo sapeva Socrate e lo garantisce la pulita biografia di mia nonna con la sua seconda elementare.

E i docenti che si occupano di filosofia?

 

F: Molti sono esperti di un qualcosa che li sovrasta. L’insegnante e il professore universitario hanno l’obbligo di apprendere. Non è retorica. Il rapporto con gli allievi deve essere segnato da una magia senza freni, da un continuo andare e venire, un dare e ricevere. Chi conosce la verità non ha bisogno di farsi aiutare da una bacchetta severa, da una nota di registro o dal ricatto “accademico”. Chi ama la filosofia sfugge ai protocolli e si tuffa in modo spregiudicato nel volto dell’altro. Non è obbligatorio saltare tra i banchi per afferrare un pizzico di autenticità, è sufficiente guardare negli occhi con fervida attenzione, balbettare il bisogno di un incontro, sedere su una panchina e assecondare le nuove sfumature. Una bella utopia. Un fastidio per i professionisti del sapere.

 

«L’uomo  comune è influenzato dal tempo. Pare che in lui persino il vedere fugace possieda un costo di danaro e seleziona in modo accurato a seconda dei bisogni e delle competenze».

(Il passo è tratto dal tuo Carlo Antoni Un filosofo liberista)

Riassumendo: il tempo è denaro… ci stiamo perdendo in una società dove il tempo è mercificato, dove non si ha più il tempo di godere delle cose che ci circondano, il tempo può trasformarsi in una gabbia, una gabbia per criceti, e i criceti siamo noi, intenti a girare su una ruota?

 

F: La tua domanda stuzzicante mi permette di sviluppare un ulteriore pensiero «astratto». Sì, anche il tempo subisce lo schiaffo di una contro-cultura nemica del gratuito. Vorrei, tuttavia, provare insieme a te ad andare oltre il tempo. Mi spiego. Non tutto è tempo. Non tutto è storia. Deve esserci da qualche parte un altrove che invoca cittadinanza. Perché vietarlo?

Un atto di fede?

 

F: Perché no! Purché sia qualcosa che sappia di eterno. Il tempo può anche essere infinito, ma richiama sempre l’infinita legge del divenire o della mutevolezza. Non dico che bisogna alternarsi al rumore del tempo, ma domando un’aggiunta. In altri termini, se esiste il tempo, deve esserci il non-tempo, quel suono dolcissimo che accompagna i paesaggi dell’immanenza: la regia della vita. La contro-cultura vuole abbattere questo suono, io dico che andrebbe difeso. Si tratta forse di un’impressione, di uno stato d’animo, di un cinguettio, di un’emozione che ritorna. Nel mio caso, è la cifra di ogni battaglia in favore dell’umanità, l’a priori che giustifica la reazione agli intervalli del male, forse un impulso di civiltà che l’ateismo contemporaneo cerca in tutti i modi di frenare.

 

Francesco, cos’è per te la libertà?

 

F: Avrai capito che nutro una certa ripulsa per le definizioni. Non sono un analitico e neppure un piccolo tiranno o paternalista. Nondimeno, la libertà mi piace immaginarla (appunto!) come un serio tentativo di conquista o di riaffermazione spirituale dell’io; un progressivo distacco dal superfluo, un’azione di resistenza, un gesto di vittoria contro le competizioni turbo-capitalistiche, un saper dire No o Sì a seconda del momento.

Esempio?

 

F: Non è libertà soddisfare ogni appetito. Quando resisto alle tentazioni e non tradisco, quando dico di No alle strade della vigliaccheria, quando non firmo una legge ingiusta, quando l’imperativo categorico non smette di interloquire con le nostre fragilità, allora si accende la libertà. Molti, per dirla con Nietzsche, girano in una «ruota ruotante da sola», fanno su e giù senza farsi guidare da una domanda di lungo respiro, scivolano nella vita così com’è, sono cattive comparse e non regalano versi allo spettacolo dipinto da Walt Whitman. Qualcuno invece partecipa da protagonista. Mi riferisco all’eroe ordinario, ligio a quei principi universali puntualmente applicati.

    

La poesia è l’espressione più alta dei sentimenti umani, attraverso la quale l’uomo si libera. Ho sempre pensato che la poesia, e la sua lettura, possano arricchire l’animo e illuminarci soprattutto nei tempi d’oggi, dove l’oscurantismo ideologico trasforma l’uomo in una sorte di robot ai comandi del consumismo, idolatrando falsi miti, gli StutusSymbol; segno evidente, a mio dire, di una condizione di servilismo.

 

F: Non aggiungo nulla alla bellezza delle tue frasi.

 

« … Il poeta può travalicare infinite epoche e approdare in spazi surreali, raccontare di fate e uomini mai esistiti, ma la sensazione, l’impressione, le fasi calde dell’ispirazione abitano un tempo preciso, ed essi sono pur sempre uomini in carne e ossa che si nutrono di esigenze non dissimili da quelle che investono i loro contemporanei. Inoltre, parafrasando Croce, il poeta è chi si sente vicino ai suoi precedenti ed è libero, conservatore e rivoluzionario come Omero, o come Shakespeare». Il passo è tratto da Carlo Antoni. Un filosofo liberista.

Ti chiedo: chi è il poeta?

 

F: Un folle, un maldestro che deve trovarsi a disagio nei luoghi della globalizzazione. Un fanciullo che scende nella profondità delle cose. Un’anima agitata e ribelle al confine tra il giorno e la notte, tra il buio e la luce. Il vero poeta non insegue la poesia, non fa le gare muscolari nei salotti dell’ipocrisia. Attende, si ferma, non si inginocchia davanti al lucro, non costruisce una rima al servizio delle case editrici, non incanta ma si lascia incantare dai colori e dalle parole che il vento consegna per abitudine a una coppia di fidanzatini.

carloantoni

 

E per stuzzicarti ti chiedo: perché non hai pubblicato le tue poesie?

 

F: Per paura di ricevere l’applauso finale da una platea agguerrita, per il timore di dover spiegare…, per l’incubo di assistere a uno stupro in diretta, come avviene nei molteplici festival della cultura postmoderna, dove alla fine muore l’intimità. A volte non ci sono orecchie per ascoltare, né occhi per leggere. Si tratta di una scelta opinabile, me ne rendo conto. Del resto, se Leopardi non avesse scritto l’Infinito o Hermann Hesse non avesse inventato Tienimi per mano, il mondo avrebbe perso qualcosa. La nostra epoca, tuttavia, necessita di più silenzi, di più rifugi e di meno apparizioni.

 

La poesia può essere vista anche come strumento di denuncia?

 

F: La poesia è un sentimento esplicitato con cautela. Con molta cautela. Non può essere un manifesto rivoluzionario inscenato da qualche radical chic.

 

“Croce e l’ansia di un’altra città” è il tuo ultimo volume. Perché questo titolo un po’ insolito?

 

F: In questo libro ho provato a illustrare i pericoli dello storicismo liberale, ovvero di chi – penso in primo luogo a Croce − rinnega il sovrasensibile, oppure il richiamo di una laica trascendenza, in nome del qui. Alcune culture politiche emerse nel Novecento, come quella azionista, per fortuna hanno respinto lo storicismo assoluto, reintroducendo una spiritualità immensamente altra. L’ansia di un’altra città, dunque, è il desiderio di recuperare buone utopie, di affiancare al tempo della vita quello dell’assoluto. Un tentativo di far resuscitare il divino nei nostri cuori e nei nostri intelletti. Non vuol dire intensificare il paradigma giacobino, ma resistere all’idea che il valore debba trasmutarsi in bieco relativismo.

Che nome ha il tuo «assoluto»?

 

 F: Ha il nome della giustizia sociale, della lotta estenuante a ogni forma di privilegio. Il mio assoluto è quel «prima» letteralmente scordato da una certa sinistra. Essere di sinistra, per me, non significa aderire al vento nichilista delle ultime ore, al falso pluralismo e alla pornografia ostentata dall’«ultimo uomo».

 

Denunci le battaglie liberal?

 

F: Al contrario! La battaglia ideologica dei diritti civili, ad esempio, è ineludibile per chi rientra in questa cornice. Il problema non sono le idee, ma le persone. Il nuovo liberal non ha nulla a che vedere con il suo capostipite. Il primo segue la moda del «si dice» e del «si fa», ha subìto una mutazione antropologica e il suo cuore viaggia a destra. Il vecchio liberal era invece un credente e lottava per il conseguimento in fieri di un mondo più giusto. Avere «ansia di un’altra città» significa perciò ripudiare anche l’involuzione dell’odierno progressista, un soggetto che non ha meraviglia e che si limita a giocare con i pollici nell’universo impazzito dei social network, un individuo depresso che spesso si culla in un politically correct molto lontano dal grido dei perseguitati, dei drogati, dei pazzi, delle prostitute e dei falliti.

 Postorino_Croce.png

Ultima domanda e poi ti lascio respirare. La curiosità è donna si sa, e quindi terrò fede a questo detto; come fai a conciliare tutto: lavoro, interessi, scrittura e vita personale?

 

F: Ci provo, finora è andata bene.

Grazie ancora per questa illuminante chiacchierata

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

2 risposte a "Il pensiero “astratto” di Francesco Postorino"

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