A tu per tu con Tiziana D’Oppido e il suo narratore- Realtà e Fantasia

 

Oggi, nel mio salotto virtuale, sono felice di ospitare la  talentuosa scrittrice Tiziana D’Oppido che, con Il narratore di verità, ha esordito per LiberAria Editrice, e direi un esordio a dir poco esplosivo!tiziana

Tiziana D’Oppido è nata nella bellissima e antica Città dei Sassi; Matera. Ha studiato presso l’École d’Interprètes Internationaux di Mons-Hainaut, Belgio  e la Facoltà di Interpreti e Traduttori di Trieste, e lavorato come ricercatrice di CAT. Da dieci anni è traduttrice e interprete. Collabora con case editrici e Festival letterari ed è ideatrice e organizzatrice di eventi culturali. Con i suoi racconti e con questo romanzo d’esordio, ha vinto diversi premi nazionali per l’originalità di trama e stile. Vive fra Matera, Roma e Trieste.

Tiziana è un un vero piacere conoscerti e soprattutto è stato meraviglioso leggere il tuo libro…

T: Grazie mille, Loredana, sono contentissima che ti sia piaciuto.

Guardò Cryos, che dormiva profondamente accanto a lei, le guance porpora, i pugnetti stretti sulle orecchie.

Avrai stimoli d’ogni genere e sarai libera di scegliere attraverso tutti gli strumenti che sarò in grado di fornirti.

E il primo di questi strumenti è stretto nelle mie mani: la fantasia”.

«Dai, cominciamo!»


Cos’è per Tiziana D’Oppido la fantasia?

T: La fantasia, assieme all’autoironia, sono da sempre la salvezza della mia vita. Inevitabile quindi che anche i miei romanzi siano ricchi di fantasia.

Ci tengo però a precisare una cosa: tutto quello che ho scritto nel “Narratore” è vero, ha una solida base di realtà e di attualità. Io strabordo di fantasia, ma penso che la fantasia vada incanalata. Nella scrittura dev’essere un mezzo, non un fine e per questo l’ho gestita con un approccio scientifico il più possibile rigoroso. Ho studiato ad esempio molti trattati su composizione e preparazione degli artifizi, manuali qualità della filiera alimentare, decine di relazioni sui serial killer. Ho consultato fuochisti, esperti di botanica, di zoologia, di aeronautica. Ricordo che una volta ho passato giorni ad approfondire il verso della cincia capinera, ma ne avrei tanti di esempi così. Di quei fiumi di pagine, mi è poi servita magari solo una frase o una parola, spesso neppure quella, ma per me è importante che lo scheletro che supporta la mia storia sia solido e sicuro. Nel “Narratore” ho romanzato la realtà, l’ho filtrata attraverso la mia fantasia, ma non ho inventato nulla di sana pianta. Sorpresa?

…e la verità?

T: La verità e il suo contrario, le menzogne, di cui il mio romanzo è imbevuto, sono trasversali a ogni tempo e a ogni cultura. Sono concetti affascinanti, soprattutto per le loro implicazioni sociali. Pensa al prestigiatore: sappiamo che ci sta ingannando, ma ci piace fingere di crederci, infatti scegliamo di guardare la mano che manipola la verità e ce la nasconde, non quella che ce la rivela. Perché? Perché da sempre la menzogna è più suggestiva e seducente della verità. In fondo la bugia è più utile alla vita e alla società di quanto non lo sia la verità. Pensa all’uso frequente che ne fa la politica, per la quale la menzogna è uno strumento di potere, di occultamento e distorsione della realtà per i suoi scopi.

Al di là delle connotazioni etiche e morali, la menzogna è socialità, condivisione, molto più di quanto lo sia la verità, perché per funzionare ha bisogno del dialogo, di accettazione e scambio col prossimo, elementi da cui, invece, chi racconta la verità può anche prescindere. La domanda che mi pongo nel romanzo, e che giro anche ai lettori, è: in un mondo che gira attorno alle menzogne, che valore e che peso ha la verità? Perché c’è un limite alle menzogne rispetto alla verità, che se travalicato scardina il sistema, come appunto succede nel romanzo, dove il superamento di questo limite romperà gli equilibri fino a quel momento esistenti, con conseguenze imprevedibili.

Il tuo stile è stato definito originale e io aggiungo fresco e brillante, una ventata di novità nel panorama letterario e narrativo; come nasce uno stile tanto innovativo?

T: Dalle mille letture e dall’aver sperimentato a lungo la parola, che mi appassiona da tempo immemore (non è un caso che io sia una traduttrice). L’obiettivo finale era chiaro fin da subito: raccontare una storia. Il “come” raccontarla m’intrigava molto. L’italiano è una lingua bellissima, ricchissima, che ci invidiano in molti. Perché appiattirla, banalizzarla, svilirla? Era una sfida stimolante. Non ho resistito e ho provato a darle slancio, brio, freschezza, all’inizio con incoscienza creativa, poi con maggiore consapevolezza e lucidità. Se sono riuscita nel mio intento non sta a me dirlo, ma ai lettori. Io ho cercato di spostare un po’ più in là l’asticella linguistica, ho osato e ho rischiato. C’è voluto coraggio, ti assicuro.

…a quale autore o stile ti piacerebbe essere associata?

T: A me stessa. Dico davvero. Stimo e rispetto talmente tanto i miei scrittori e le mie scrittrici di riferimento (sono tantissimi!) che non oserei mai associarmi a loro né ho mai pensato di farlo. Un’associazione che altri hanno fatto verso la mia scrittura è con Calvino, che è stato citato più volte nel periodo in cui scrivevo racconti. Recentemente un paio di addetti ai lavori hanno consigliato il “Narratore” ai lettori per la leggerezza tanto celebrata da Calvino. Ancora Calvino, quindi. Non posso che esserne orgogliosa, Calvino è un riferimento letterario imprescindibile e lo amo fin da ragazzina. Tuttavia penso di essere molto diversa da Calvino, nello stile, nelle trame, nella voce autoriale. Ringrazio molto per associazioni così lusinghevoli; ma il mio è lo stile “Tiziana D’Oppido”. Sono consapevole di avere un lungo percorso di crescita stilistica davanti ma punto a portarlo avanti in maniera indipendente, coi miei studi e le mie ricerche.

Qual è stato il personaggio che hai descritto con più gusto?

T: Nessuno in particolare. Sono affezionata a tutti, li ho accompagnati nel loro percorso di crescita con interesse e affetto. Non ci sono buoni e cattivi assoluti nel libro. Tutti i miei personaggi sono imperfetti, come lo siamo noi nella vita reale. Ho una genuina curiosità per i tendenzialmente cattivi, quelli che volontariamente sabotano la vita altrui e avvelenano la società, come Graziella. Perché nella realtà faccio fatica a capire le motivazioni alla base di questo comportamento purtroppo molto diffuso e allora, attraverso l’immedesimazione in personaggi come lei, cerco di comprendere meglio le dinamiche, le logiche profonde che muovono certe azioni, con epiloghi a volte dolorosi o tragici per le vittime designate, come la cronaca talvolta ci racconta.

…e il personaggio più difficile?

T: Difficile da descrivere direi nessuno. Ma ce n’è uno che ho odiato tanto, credo traspaia anche dalle pagine del libro: il Commendator Pantone. L’ho odiato a tal punto da renderlo a un certo punto ripugnante nei gesti, nelle parole, a farlo sposare a una donna orrenda come lui, che avevo soprannominato “la rapace”. Non leggerete mai della “rapace” nel romanzo: ho deciso di rimuoverla perché mi sono resa conto che era il mio odio a farlo accasare con lei, ma uno come lui non avrebbe mai sposato una donna così. Ho dato ascolto a Pantone, mi sono immedesimata in lui, nel suo passato, nelle motivazioni che lo spingono a comportarsi in un certo mondo. Sono allora diventata più indulgente nei suoi confronti, gli ho dato delle attenuanti, ne ho ammorbidito le spigolosità, ma confesso che è stata dura interfacciarmi con lui e fargli fare quello che voleva (e che poi ha comunque fatto, perché decidono sempre i personaggi della loro vita, non lo scrittore).

Si affrontano tematiche di grande attualità dietro le figure bizzarre degli abitanti di Pescincanna e Scampolo, una visione grottesca della nostra società, vizi e virtù, inganni e misteri, le bugie fanno da padrone per nascondere la polvere sotto al tappeto, Gildo e Arsenio ne sono gli artefici. Ma si può cambiare?

T: Hai proprio ragione, le bugie qui la fanno da padrone. L’altro giorno per curiosità contavo di quanti misteri, equivoci e segreti è disseminato il romanzo. Pensa, sono una ventina buona! E sono scaturiti dalla mia penna in maniera naturale perché menzogna porta a menzogna, inganno a inganno. Si può cambiare? Certo che si può, ma in tutta sincerità quanti sono disposti a cambiare situazioni di comodo, ormai immutate da anni? A rinunciare ai loro privilegi a scapito di coloro a cui sono stati ingiustamente tolti dei diritti? A ridistribuire democraticamente finanziamenti, beni, posti di lavoro, di cui si sono impossessati scorrettamente? Non edulcoriamo la realtà e non siamo ipocriti: lo fanno in pochissimi. Cito il narratore di verità, mentre spiega a una cliente: «Il colpevole, nella vita reale, non se ne pente quasi mai. Giusto se la coscienza comincia a diventargli un peso, ma è un evento raro. Diciamo che nella maggior parte dei casi la magagna rischia di venire a galla e il malfattore sta per essere beccato. E – suo malgrado ovviamente, eh – si trova nella scomoda e inevitabile situazione di dover confessare il torto alla vittima». Ecco, io la penso come lui.

La caratterizzazione dei personaggi è straordinaria; ognuno di essi riesce ad accattivarsi l’attenzione del lettore, come si riesce a dare vita a personaggi, seppur strambi, così reali?

T: Non sono poi così strambi, credimi. Ho conosciuto persone come loro, anzi, ancora più caratterizzate dei personaggi che descrivo io nel romanzo.

Devi sapere che io ho da sempre un’enorme curiosità antropologica e i miei personaggi sono giocoforza ispirati a persone reali, che ho conosciuto o semplicemente studiato, scrutato, assorbito negli anni.

Ti racconterò un episodio della mia vita, che s’intreccia però imprevedibilmente anche col romanzo. Ho vissuto a Roma per quasi dieci anni, svolgevo un lavoro bellissimo, che amavo molto: l’assistente d’alta direzione. Ero tutto il giorno in ufficio, in tailleur, tacchi, perle, crocchia nei capelli. Serissima, super-professionale. I miei capi andavano e tornavano, a volte in ufficio ricevevano visite di uomini e donne d’affari come loro. Io smaniavo. Avevo bisogno del contatto con la gente, di osservarla, di ascoltarla. Allora avevo preso l’abitudine, il sabato e la domenica, di lavorare in un bar-negozio di souvenir di un mio conoscente. Così, dopo una settimana d’intenso lavoro in ufficio, il sabato mattina mi svegliavo alle 6, infilavo jeans e t-shirt e alle 7:30 attaccavo a lavorare, tirando giù la saracinesca del negozio alle 22. Più di 16 ore di lavoro ininterrotto, per una manciata di banconote… ma cavolo, che bei tempi, che felicità. Quel negozio era in pieno centro storico ed era frequentato da turisti, romani, immigrati, clienti abituali o di passaggio, una fauna variegata e coloratissima. Ricordo questo prete, che arrivava tutte le mattine all’apertura, preciso come un orologio svizzero. “È una persona importante”, mi sussurravano le bariste. Si sedeva al banco, senza dire una sola parola, nero e possente nella sua immensa mole fisica. Né triste né allegro. Imperturbabile. Faceva colazione con sette bottiglie di Corona, non una di più, non una di meno. Gli guardavo la barba, i labbroni rossi, il pomo d’Adamo che andava su e giù, lentamente. Dopo aver svuotato le bottiglie, soddisfatto, si alzava, pagava e usciva, mente i suoi labbroni mi sembravano essere diventati scarlatti, dopo la bevuta. Non lo perdevo di vista un solo secondo finché la sua figura si perdeva fuori fra i passanti. Cos’avrei dato per riuscire a parlargli, ad ascoltarlo. Portava sempre un Panama calcato in testa, fino a sfiorare il naso. Non sono mai riuscita a guardargli gli occhi, mai. Questo prete mi dev’essere entrato nella testa se, a distanza di dieci anni, mi ha ispirato la figura di Padre Manolo. E, nota bene, rispetto alla persona reale, il mio personaggio è ben più banale e convenzionale. Se l’avessi descritto per quello che era, sarebbe risultato inverosimile ai lettori. Perché la realtà supera spessissimo la fantasia.

Lucio e Sara piegati entrambi, da ricatti morali e psicologicamente succubi dei rispettivi padri; poi la rivalsa, la rinascita, e soprattutto la consapevolezza di essere diversi e di guardare al futuro, un messaggio positivo…

T: Lucio e Sara pagano un prezzo altissimo per le loro scelte e, se hai riscontrato un messaggio positivo, è perché inconsapevolmente devo aver fatto il tifo per loro e il loro coraggio. Non sono diversi dal resto della società più di quanto ognuno di noi sia diverso dall’altro. Semplicemente rivendicano il loro diritto a essere se stessi, a essere coerenti, a ricercare i loro talenti attraverso il viaggio e la conoscenza degli altri.

Per motivi diversi, le loro famiglie glielo negano: Lucio ha un’infanzia felice, da privilegiato, e un padre imprenditore che gli impone un futuro lavorativo in azienda, al suo fianco. Lucio non ci sta e suo padre si lamenterà spesso con sua moglie di quel figlio indisciplinato, senza intuire però mai la portata di quel desiderio di vita che arde in suo figlio e che lo porterà a scappare di casa a 17 anni, rinunciando a una vita comoda e sicura per un futuro ignoto.

Sara ha un passato opposto al suo: sua madre è morta in circostanze misteriose quando lei era molto piccola e vive con un padre autoritario e distratto, imprenditore pure lui (e gran rivale del padre di Lucio), che non vuole che lei metta piede in azienda. Arriverà a cacciarla di casa e a rinnegarla in maniera solo in apparenza inspiegabile. Ma anche in Sara, come in Lucio, negli anni si sono accumulati nervosismi e frustrazioni.

In questi personaggi il barometro segna tempesta, è scattato un allarme rosso con un imminente rischio di rottura degli argini, di cui neppure loro sono del tutto consapevoli. Ne succederanno delle belle.

Cosa c’è invece, nel futuro di Tiziana?

T: Mi piacerebbe concentrarmi su alcune bozze su cui ho lavorato fino a poco prima che uscisse il romanzo, due settimane fa; ma in questo periodo trovo difficile impegnarmi in qualcosa che non sia la promozione del “Narratore”, che è partito benissimo, e che richiede il mio supporto e la mia attenzione come è giusto che sia. Ne approfitto per ringraziare i lettori per l’affetto e l’entusiasmo che mi stanno dimostrando fin dal primo giorno. Amo molto questo scambio di idee: ascolto tutti, leggo tutti, rispondo a tutti. Dopo la fase della scrittura, il contatto coi lettori è sicuramente l’aspetto che più mi piace della pubblicazione di un romanzo.

Di solito si chiede spesso: «Quanto c’è di te in questo libro?»

Io credo che, sempre ci sia qualcosa di noi in quello che scriviamo, ma quale personaggio ti riflette di più? Quello che hai tenuto per mano lungo le pagine de Il narratore di verità?

T: Non ci crederai ma non sono né i protagonisti né i comprimari, bensì una comparsa: il consigliere Diobòn. L’ho preso per mano, l’ho coccolato, l’ho amato nelle sue rare apparizioni all’interno della storia. E sì, se c’è un personaggio in cui ho riversato un pizzico del mio carattere e del mio modo di essere, è il consigliere Diobòn.

Per il resto, questo romanzo è quanto di più lontano ci possa essere da me. Aborro scrivere cose che mi riguardano o in cui riconoscermi; quando ci ho provato forzando la mano, ho poi cancellato sempre il file senza ripensamenti.

“Se sei d’accordo, mostrerò a te e a lei qualche fettina di mondo con tutti e cinque i sensi.

Così inizierete a viaggiare. Perché, automobile, vaporetto o deltaplano che sia, l’importante non è dove vi portano, l’importante è prenderli.

Nel frattempo, buona vita.”

Grazie mille per la tua compagnia, ma soprattutto per aver lasciato un po’ di te a noi lettori e ti auguriamo un grande in bocca al lupo e …nel frattempo, buona vita!

Grazie mille a te per le tue bellissime domande. Buona vita!

Intervista a cura di Loredana Cilento

 

 

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