Intervista a Stefano Bonazzi tra surrealismo e scrittura.

Sono felice di ospitare nel mio blog Stefano Bonazzi, autore del bellissimo libro L’abbandonatrice per Edizioni Fernandel.st

Stefano è nato nella suggestiva città Rinascimentale degli Estensi, Ferrara nel 1983. Di professione è webmaster e grafico pubblicitario, realizza composizioni e fotografie ispirate al mondo dell’arte surrealista. Le sue opere sono state esposte, oltre che in Italia, a Londra, Miami, Seul, Monaco. Nel 2014 ha pubblicato con l’editore Newton Compton il suo primo romanzo, A bocca chiusa.”

S: Ciao Loredana, lieto di essere qui e del tempo che potrai dedicarmi.

Per conoscerti meglio

Webmaster, grafico, fotografo soprattutto; la tua arte si ispira al surrealismo, come nasce questa passione?

S: Nasce tutto da un consiglio, un buon consiglio. La scintilla, come nel libro, è stata un attacco di panico inaspettato. Da quello e altri che ne sono susseguiti, attraverso visite e terapie, ho scoperto di avere della rabbia e delle pulsioni represse. Sono quindi andato alla ricerca di mezzi creativi che mi permettessero di esternare queste emozioni. Ho iniziato con una chitarra elettrica ma il primo esperimento si è rivelato fallimentare. Sono passato alla pittura (già meglio…), poi alla fotografia, alla fotomanipolazione e infine alla scrittura.

Il surrealismo mi ha sempre affascinato per la sua capacità di estremizzare alcuni aspetti della realtà senza fargli perdere il significato originale, una sorta di lente d’ingrandimento in grado di far riflettere sul nonsense e il grottesco di cui è impregnato il quotidiano.

Dora Maar, Man Ray, Maurice Tabar, ne cito alcuni tra i maggiori esponenti della fotografia surrealista; c’è qualcosa di loro in te?

S: Sono tutti nomi che adoro e da cui traggo ispirazione per le mie composizioni. Per una ragione o per un’altra, gli artisti che hai citato sono stati dei pionieri e questo gli ha permesso di entrare nella storia. Io mi siedo al Mac e assemblo delle immagini, tutto qui.

Ho visto le tue foto e ne sono rimasta affascinata, premetto che è un genere che sento molto mio; in particolare si nota che il volto dei personaggi non è riconoscibile, maschere, distorsioni, sfumature ne coprono i lineamenti…

S: È proprio il tratto distintivo dei miei lavori: in tutte le immagini i protagonisti sono senza lineamenti o con il volto oscurato. Cerco di trasmettere emozioni tralasciando i tratti somatici più comuni ed evidenti: se sei allegro, sorridi, se triste piangi, ma se mancano bocca e occhi come fai a far capire agli altri come ti senti? Negli anni ho capito che il corpo ha una capacità comunicativa maggiore del volto. Il viso può mentire ma è molto più difficile mascherare una menzogna con le movenze e le posture: basta un tic, un cenno, un braccio leggermente più inclinato…

e parliamo un po’ di Stefano scrittore

L’abbandonatrice sta riscuotendo un largo consenso; è un libro che ti attraversa l’anima, è la prima sensazione che si prova, un libro nato da una storia vera, perché hai sentito la necessità di dare voce a questa storia?

S: Si è trattato di una sfida. Io vengo dal thriller, dal noir, dall’horror, non mi ero mai cimentato con un dramma (eccetto un paio di racconti brevi), ma la Storia di Sofia, della vera Sofia, andava raccontata. Da quel seme sono poi partito per costruire altri personaggi (Davide, Oscar e Diamante) e vi ho inserito dei temi a cui mi sentivo molto legato in quel periodo, in particolare il senso di competizione giovanile e il panico, anzi, l’incapacità di controllarlo.

L’abbandonatrice è un grido, un urlo, è un colore, è una musica, è un dolore…

Hai portato alla luce argomenti profondi e attuali, disagi quotidiani e mondi a volte nascosti:

“Bastava non pronunciare quella parola, eroina, non pronunciarla mai, mantenere ogni cosa ordinata e pulita e tutto si sarebbe sistemato per il meglio.

Perché se il mostro non lo nomini, il mostro non c’è.”

S: È un grido, ma a volte è anche un sussurro, è un colore, il blu, è una musica, il Jazz. Sei mai stata a un jam session di jazz sperimentale? Non sempre è un’esperienza piacevole: a volte è un magma di note che un orecchio meno allenato definirebbe “stonate”, sono note (a volte “blu”) che ti scivolano addosso e poi ti scuotono e poi ti prendono a schiaffi, ma in alcuni brevi frammenti sono anche in grado di accarezzarti e cullarti con una dolcezza inaspettata. Mentre scrivevo certi capitoli pensavo proprio a questo: un’immensa, infinita, roboante, jam session.

Cosa si può fare, secondo te, per contenere i mali del mondo?

S: Forse bisognerebbe prima di tutto cercare di comprenderli.

“A diciott’anni avevo capito che il dolore è come una matrioska, ogni nuovo dolore contiene tutti i precedenti. Così non ti ci puoi abituare mai, è un meccanismo perfetto.”…

È così?

S: A volte sì.

Cos’è per Stefano l’amicizia?

S: È un rapporto stratificato. È un acquerello di sfumature mescolate. È un’altalena spinta da un bambino capriccioso.

…e l’amore

S: Mutazione e compromessi. Bellezza e lesioni.

Il blu, il colore della paura, qual è per te, il colore, invece, della felicità?

S: Probabilmente un colore caldo. Quando osserviamo le vecchie fotografie, anche se non sono nostre, anche se non appartengono alla nostra famiglia, spesso proviamo un senso di tepore, di pace, di nostalgia, è una sensazione piacevole. Un sentimento che alcuni definiscono saudade. John Koenig, la chiama anemoia: la nostalgia per qualcosa che non si è vissuto.

Ecco, un colore felice penso sia un colore capace di evocare tali sensazioni.

Che tipo di scrittore senti di essere?

S: Questo dovresti chiederlo ai lettori. Di certo non sono uno scrittore di commedie, anche se mi piace ironizzare molto sui social, quando mi siedo davanti alla tastiera, l’umorismo svanisce all’istante. Non lo dico per vantarmene, anzi, lo considero un limite: spesso è molto più difficile far ridere in maniera intelligente piuttosto che deprimere o scandalizzare.

…per stuzzicarti un po’

Cosa dovrebbe avere o non avere uno scrittore per essere definito tale?

S: A me piace leggere storie che siano in grado di emozionarmi. Se uno scrittore riesce a farmi provare qualcosa, per me ha già fatto il suo lavoro.

Il tuo autore preferito e quello che proprio non sopporti?

S: Come per la domanda precedente, non vado in cerca di autori ma di emozioni, quindi non ho un nome particolare. Certo, ci sono autori che in generale apprezzo più di altri, per stile o tematiche, ma sono un lettore onnivoro, non mi precludo nulla. Penso che ogni libro sia un’opera a sé e quindi vada valutata senza pregiudizi sul suo creatore.

…si dice che…

Un buon scrittore debba essere, innanzitutto, un buon lettore, cosa ne pensi?

S: Sacrosanta verità.

Ci consigli un libro? Quello che, assolutamente una volta nella vita si deve leggere.

S: La Strada – Cormac McCarthy

Domanda da un milione di dollari…

A bocca chiusa o L’abbandonatrice; quale hai sentito di più?

S: 50/50. Sono due scritti a cui sono profondamente legato. A bocca chiusa, è un libro più ingenuo, a tratti infantile e non privo di errori, ma questo anche per un aspetto prettamente pratico: è più giovane di tre anni!

Qual è stato il personaggio più difficile da descrivere?

S: Diamante, il figlio di Sofia. Ho sempre molto timore ad approcciarmi ai personaggi giovani. Sono i più delicati da tratteggiare ma sono anche quelli che ti permettono di sperimentare di più: l’adolescenza è l’età dell’imprevedibilità, è più facile perdonare un’incoscienza a un ragazzino e per certi aspetti è più facile caratterizzarne il carattere, ma si corre sempre il rischio di scadere nel cliché e un cliché in un corpo giovane è molto difficile da sopportare. Stephen King da questo punto di vista ha fatto scuola: da Stand by me in avanti, è sempre riuscito a proporci dei ragazzi credibili e appassionanti. Ti faccio un altro esempio recente: Finn Wolfhard, il ragazzino che appare nella serie Stranger Things e nel remake di IT. È calato in un contesto simile (primi anni ’90 nel film di Muschietti e fine ’80 nella serie) e anche il ruolo di comprimario è simile, eppure se metti a confronto i due personaggi, puoi notare quanto sia stato bravo questo giovane attore a delineare due personalità agli antipodi: in IT è uno svampito dalla battuta facile, mentre nella serie ideata da Matt e Ross, ha un carattere introspettivo e sensibile, eppure è lo stesso ragazzo (ha persino lo stesso taglio di capelli perché alcune scene sono state girate in contemporanea).

Cosa c’è nel futuro di Stefano?

S: Sicuramente altre storie. Non molte. Non sono uno scrittore prolifico, non macino pagine a ripetizione e non sono uno scrittore di genere. Essere un nome “piccolo” ha i suoi vantaggi: mi permette di non vincolarmi a meccaniche commerciali o editoriali. Voglio scrivere e fotografare quello che sento vicino a me, senza limiti o imposizioni esterne.

Stefano è stato davvero un grande piacere chiacchierare con te, e mi piacerebbe in futuro parlare della tua prossima opera.

Un’ultima cosa… “Ti va di urlare?»

No. Ho urlato anche troppo, adesso voglio un po’ di relax.

 

Intervista di Loredana Cilento

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