Da Parigi a Chicago con Federico T. De Nardi e la sua Betty Suicide

Oggi siamo, virtualmente, a Pigalle  in  compagnia dello scrittore e giornalista Federico T. De Nardi, autore del romanzo Betty Suicide,(Crimeline)

Perché a Parigi? Beh, Federico ha iniziato a scrivere a otto anni e indovinate dove? Nella soffitta della nonna proprio a Pigalle, non è incredibile?

La sua vita sembra già un romanzo: appassionato di arti marziali e di armi, ha vissuto un po’ di qua e un po’ di là; uno scrittore girovago che si è mantenuto facendo tanti mestieri.

fede

Grazie Federico per essere qui con me, e condividere con noi un po’ di te.

 

Com’è oggi Montmartre?

 

F: Oggi Montmartre per me è quasi irriconoscibile.È stata ripulita del tutto, a quel tempo (parlo di quarant’anni fa…) era tutto molto diverso, c’erano sì i turisti (basta pensare da quando esiste il Moulin Rouge) ma ci vivevano anche moltissime persone. La via dove abitava mia nonna era molto tranquilla… perché era una delle entrate nel cimitero di Montmartre. C’era però anche molta “vita” in senso gergale, perché la sera era piena di passeggiatrici con gli stivaloni fino a metà coscia e la minigonna di camoscio.  Sul boulevard de Clichy, la via principale, ricordo le fiere con reti sospese sopra cui lottatori in costumi in finta pelle di leopardo sfidavano i più

220px-Montmartre_vue_de_la_place_St_Pierrecoraggiosi del pubblico a battersi. Non credo che tutte queste cose ci siano ancora, anche se basta spingersi in zone più periferiche per ritrovare ancora qualcosa, ma se a quel tempo si poteva parlare di colore locale e di pittoresco, oggi la periferia è fatta di profughi che dormono sui marciapiedi e molta gente arrabbiata.

Hai iniziato scrivere a otto anni, e questa la dice lunga sulla tua passione; immagino un piccolo Federico che scappava su in soffitta per mettere nero su bianco i suoi pensieri, nella soffitta  che si trova nell’antico quartiere parigino oggi uno tra i più modaioli della capitale, nonché sfondo per celebri romanzi noir del passato; hai tratto ispirazione dall’ambiente?

 

F:…  hai detto bene che è diventato uno dei quartieri più modaioli.

Se non avessi passato quel periodo a Parigi – a quel tempo –  non credo che avrei iniziato a scrivere. Più che scappare in soffitta, ricordo che scrivevamo sotto le coperte, io e mia sorella. Lei poi ha smesso, io ho continuato. Penso che l’ambiente sia molto importante per sviluppare una passione o un’attitudine. Mia nonna leggeva tanto, anche se noi ci mettemmo a scrivere perché non trovavamo libri che ci piacessero fra quelli che lei leggeva e quindi ci impuntammo a scriverne uno noi.

Com’è nata la passione per il genere Thriller? Betty Suicide non è il tuo primo thriller, ha preceduto Il soldato di Bangkok (Libromania 2018) e sappi che devo assolutamente leggerlo, ma non solo…

 

F: La passione del genere thriller viene da mio padre, lui era un gran lettore della famosa Série Noire di Gallimard, forse anche perché ha avuto una vita avventurosa, tipo è stato in prigione, ma non perché era un criminale,  ha fatto il venditore di caramelle etc. Conservo alcuni di quei romanzi e altri li ho comprati nelle “cassette” dei libri usati nelle librerie di Parigi, ovviamente.  Appena ho avuto l’età per poterli leggere, non ho più smesso. Ce ne sono molti d’incredibili, più di tanti che ho letto poi.

Spionaggio, intrighi, segreti, omicidi misteriosi, hanno un fascino non indifferente, argomenti che da sempre si mescolano con la realtà, un esempio lo abbiamo a portata di mano con il recente fatto di cronaca avvenuto in Inghilterra, con l’avvelenamento dell’ex spia russa Skripal, e sua figlia. Perché, secondo te, il lettore è così attirato dallo spionaggio?

F: Perché in realtà le vere battaglie furono e sono combattute delle spie e dagli intrighi, non dagli scontri in campo aperto. I libri di Storia dovrebbero essere riscritti, perché dietro a molte vittorie (e sconfitte) ci sono state le spie e i traditori. Oggi è un genere “sempreverde”, anche se in secondo piano rispetto al giallo di sapore locale, che a me sinceramente non piace molto, anche se è quello il genere che vende di più. In quanto a Skripal, chissà chi e cosa c’è sotto. Non credo che il Cremlino o Putin c’entri in realtà.

Com’è nato il personaggio di Anastasija?

 F: Molti anni fa, a Roma, a quel tempo lavoravo come fotoreporter, mi trovai invitato a una cena organizzata da un tipo che poi scoprii essere di alcuni servizi segreti di cui non ricordo il nome vicini al Vaticano, e costui aveva invitato personaggi particolari, da suore, alla madre di un importante politico. Io mi trovai vicino a una bellissima russa che sapeva l’italiano meglio di me e che era stata dappertutto e si intendeva di armi e di molte cose. Ovviamente non mi disse cosa faceva nella vita, né io glielo chiesi… ma anni dopo, mi ispirò il personaggio di Anastasija.

 Raccontaci il momento in cui hai saputo che la tua Anastasija è stata nominata dal grande Altieri in Segretissimo

 F: mi telefonò e mi coprì di complimenti, io fui così imbarazzato che non fui quasi capace di spiaccicare parola, perché tutte quelle belle parole da un maestro come lui mi paralizzarono letteralmente. Lui a quel tempo era un editor di Segretissimo ed era all’apice della fama. Per me invece era un momento critico, avevo quasi deciso di lasciar perdere la scrittura, perché dopo anni e anni non ero riuscito neppure a pubblicare un racconto. Il personaggio di Anastasija è nato molti anni fa. Prima che qualcuno mi rispondesse positivamente ci sono voluti quasi dieci anni di tentativi e manoscritti spediti alle case editrici. Pensa che presto dovrebbe vedere la luce un romanzo di fantascienza che scrissi venticinque anni fa.

 John Le Carrè, Tom Clancy, Chase, sono solo alcuni degli autori che hanno dedicato i loro lavori al genere spy-story; qual è l’autore a cui ti sei ispirato?

 

F: a me piace molto James Hadley Chase, che però eccelleva più nel noir che nelle spystory. In realtà non mi sono ispirato a nessuno in particolare. In questi ultimi quattro – cinque anni ci sono state alcune storie con donne protagoniste di storie/pellicole di spionaggio, il che non mi può che far piacere, perché più se ne fanno meglio è. Da Atomic Blond (tratto da un fumetto) alla serie Covert Affair (su Amazon prime), a Red Sparrow  (tratto da un libro) e la Mila di Matteo Strukul, anche se Mila non è una spia, ma comunque è sempre una donna al centro del mirino. Poi c’è un bel film russo del 2007 che si chiama “Il codice dell’apocalisse” che è l’unico a mettere in scena una spia russa che vince; gli scrittori occidentali hanno ancora la Cortina di ferro in testa, deve sempre vincere la CIA o l’MI6, mai la Russia o che so, la Cina. Sembra quasi che anche in narrativa devi scrivere in un certo modo…

Aveva scelto un mestiere in cui si moriva senza medaglie, sepolti sotto tonnellate di merda che nessuno avrebbe spalato…Su quella scacchiera era diventata brava suo malgrado”

Anastasija ha avuto un vita davvero difficile e cruda, e in un certo senso umanizziamo questa spietata donna che non si fa scrupoli; è così?

 

F: Secondo me le donne conservano sempre più umanità degli uomini, anche nelle peggiori situazioni. Ora sto leggendo una biografia di una spia donna anglo-francese che fu paracaduta nella Francia occupata dai tedeschi e fu a capo di una rete di cinquemila partigiani. Ebbe un’infanzia molto cruda, andava a cercare il padre alcolizzato nei bistrot parigini e rubava le patate marce al mercato per mangiare, eppure aveva un’umanità straordinaria ed era molto romantica: fu fedele tutta la vita a un soldato francese imprigionato dai tedeschi.

 Ho accennato prima a Il soldato di Bangkok  edito da Libromania, ti va parlarcene? download (1)

F: è un altro romanzo sempre dedicato ad Anastasija. Inizia a Bangkok. Lei va in un carcere thailandese come detenuta per far scappare una basca incarcerata per droga, che poi ritroverà a Barcellona dove dovrà scovare una cellula dormiente di terroristi fuoriusciti dalla Siria e inizierà anche a fare i conti con il suo passato. È un romanzo con meno battute ironiche di Betty Suicide, più crudo e violento di Betty Suicide.

Sei stato finalista in numerosi concorsi, Nebbia Gialla, Giallo Latino, Premio Urania, Premio Courmayeur, e tanti altri, descrivici la tua emozione…

 

F: il più emozionante è stato Il Gran Giallo a Castelbrando. Un premio a cui ho partecipato in un periodo nero della mia vita in cui pensavo di aver sbagliato tutto. Ero tra i finalisti e ci sono andato. Mi sono seduto tra il pubblico, vicino all’uscita. Gli organizzatori hanno iniziato a chiamare l’ultimo finalista. Arrivati al secondo che non ero io, mi sono detto “vuoi vedere che si sono dimenticati di me o forse si sono sbagliati” e invece hanno chiamato me come primo classificato. Devo dire che è stato sì molto emozionante, perché proprio non me lo aspettavo. In altri premi però sono arrivato anche ultimo fra tutti i finalisti… non è stata una bella la sensazione, ma così sono i premi e le gare.

per curiosare un po’

Vita privata e professionale: difficile da conciliare?

 F: Nel caso di una professione artistica, è molto difficile da conciliare e con il passare degli anni lo diventa sempre di più, perché per te è questione di vita o di morte, quelli che stanno intorno invece non capiscono perché tu preferisca stare a casa a scrivere la sera o il sabato e la domenica o la mattina all’alba, invece di uscire a divertirti, forse non capiscono che ci si diverte anche a scrivere o a leggere un libro.

per stuzzicarti, altrimenti non sarei io:

 Se dovessi scrivere un libro a quattro mani, quali sarebbero le altre due?

F: Certo mi piacerebbe con James Hadley Chase. S’inventava tutto, non era mai stato da nessun parte come Salgari. “Niente Orchidee per Miss Blandish”, lo scrisse con una mappa e un elenco del telefono del posto per azzeccare i nomi. Immaginazione allo stato puro.

… e sicuramente non sarebbero di…?

 F: Non saprei fare un nome, certo non con uno che non accetta critiche. Quando scrivi le critiche sono molto importanti soprattutto se fanno male, perché vuol dire che colpiscono nel segno come un pugno o un calcio in un punto debole: se tu non sei stato in grado di pararlo, è colpa tua, mica di quello che ti ha colpito.

 

Un buon scrittore è anche un grande lettore?

 F: A me piace moltissimo leggere, ma le due cose possono essere slegate. Infatti pensare che leggere mi sia servito per scrivere è difficile da provare. Quando scrivi viene fuori tutto diverso da quello che avevi letto e magari avevi pensato “io posso fare di meglio”.

Consigliaci un libro… o

Sconsigliaci un libro…

F: Ce ne sono così tanti e la vita è così breve… ora sto rileggendo alcuni libri di José Giovanni e quel libro su quella spia che ti accennavo prima, Cecile Pearl Witherington. Secondo me vale la pena leggerli.

 Grazie mille Federico è stato un piacere conoscerti e soprattutto grazie per Betty Suicide, anche se presto spero di leggere anche gli altri tuoi romanzi.

 F: grazie a te per l’intervista, l’ho gradita molto.

…E vi lascio alcune delle immagini, che Federico ci ha gentilmente regalato e che si riferiscono al suo girovagare, ma soprattutto all’affascinante Chicago.

A cura di Loredana Cilento

 

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3 risposte a "Da Parigi a Chicago con Federico T. De Nardi e la sua Betty Suicide"

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