La prospettiva della realtà attraverso Grandangolo di Simone Somekh- Recensione

«Vi siete preoccupati così tanto di far combaciare tutti i pezzi che avete perso di vista quelli più importanti. Volevate una comunità e vi siete lasciati scappare la famiglia. Volevate Dio e vi siete dimenticati degli uomini. A volte penso che abbiate guardato alla realtà attraverso un grandangolo: pur di allargare gli orizzonti, avete permesso che la vista degli oggetti in primo piano venisse deformata».

L’esordio del giornalista Simone Somekh per Giuntina Edizioni, è davvero notevole, con il suo libro Grandangolo, vincitore del Premio Viareggio 2018, ha messo in evidenza e dato luce all’oscuramento religioso di una cultura volta a negare e non accettare la realtà, ma soprattutto a perdere di vista i valori umani. Grandangolo si pone come una trasposizione simbolica; ombre e luci, prospettive della vita deformate da ideali distorti, e si pone anche contro un “fanatismo” religioso di negazione nei confronti di alcune tematiche quotidiane: omosessulità, emancipazione sessuale.

Ezra Kramer unico figlio di genitori ebrei ultraortodossi, inseriti nella comunità di Brighton, a Boston, non ci sta alle regole della famiglia e della comunità, e i primi segni di ribellione si configurano proprio attraverso la fotografia, la sua passione, la sua arma contro il bigottismo religioso, contro i precetti biblici immutabili e insostituibili, con il loro assolutismo.

I genitori di Ezra hanno voluto fortemente inserirsi nella comunità e non si sentono mai abbastanza accettati e conformi, basti pensare che all’interno di questa cerchia, le famiglie sono costituite da molti figli: i Kramer hanno solo Ezra.

Ma Ezra è un ragazzo prodigio, ha un alto quoziente intellettivo e riuscirà – anche con l’aiuto della sua unica sostenitrice, la zia Suzie – a entrare nelle scuole fuori dalla comunità, per iniziare il suo percorso formativo e personale e a guadagnarsi la sospirata libertà. Dalla New York modaiola, passando per la tumultuosa citta araba in Bahrein, alla più provocatoria Tel Aviv, per realizzare se stesso.

Un libro affascinate, provocatorio, e sferzante. Attraverso l’obbiettivo della macchina fotografica, Ezra vedrà un mondo diverso, nuovo, variegato. Il microcosmo della sua comunità di appartenenza reclude le persone e la mentalità, negando anche la semplice pronuncia di alcune parole.

C’è un passo molto illuminante: Ezra si trova a casa di un suo amico e per la prima volta sente la parola gay, ne resta basito. La parola è “fuorilegge”, questo tipo di diversità non è concepita, non sono contro l’omosessualità, negano la sua esistenza.

«Gay?»

«Si sai, di solito sono i gay a farsi quei trattamenti di bellezza, ma …sai cosa significa, vero?»

… e così che Adam gli spiega che gay significava uomini innamorati di altri uomini e donne innamorate di altre donne.

Di amore si tratta, null’altro, e questo è un punto molto bello, tra l’altro affidato alla voce di un adolescente, non viene snaturato e stigmatizzato, ma trattato come la cosa più naturale del mondo, perché di questo si tratta.

Lo capirà solo dopo, quando in casa verrà a vivere Carmi, affidato ai Kramer dopo la morte della madre; se all’interno di una famiglia ultraortodossa viene a mancare la madre, i numerosi figli vengono “distribuiti nelle altre famiglie, una sorta di adozione, di affidamento.

L’omosessulità di Carmi è un punto cruciale; la diversità non è essere sbagliati, perché alla fine non è importante essere diversi dagli altri, ma essere uguali a se stessi.

Un flusso narrativo illuminante, influenzato da rimandi letterari, caratterizzato da una scrittura abile e notevolmente dotata. I temi sono affrontati senza filtri, senza reticenze, un punto di vista che apre una finestra, e scatta una foto, ma soprattutto che si connette al mondo reale.

Un libro sulla ricerca di se stessi, sulla ricerca del proprio posto nel mondo, ma soprattutto un atto di denuncia sulle diversità, che diversità non sono; sull’oscurantismo religioso, esasperato che ottunde la mente.

Un messaggio di luce nelle ombre religiose, che secernano uomini che si dimenticano degli uomini e soprattutto dei propri cari, come nel passo iniziale, delle mie osservazioni.

Non bisogna, parafrasando Adam, nascondere la testa sotto la terra e fingere che il mondo non cambi.

Simone Somekh è nato a Torino nel 1994. Ha vissuto in Italia, Israele, e negli Stati Uniti.

Oggi vive a New York, dove lavora come giornalista e frequenta la scuola di giornalismo della new York University.

Articolo di Loredana Cilento

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