Mariastella Eisenberg -“Senza memoria siamo un guscio vuoto”- Intervista all’autrice

Nella bellissima cornice partenopea nasce la scrittrice e poetessa Mariastella Eisenberg, da un medico ebreo rumeno e da una giovane pianista napoletana. Si dedica all’insegnamento, ma la sua natura la spinge verso la sua più grande passione la scrittura e l’impegno sociale. Ha fondato e coordinato un gruppo di lettura presso il carcere di Lauro, di concerto con la Fondazione Premio Napoli; ha ricoperto incarichi direttivi nell’ “Associazione neurofibromatosi” e nel “Comitato di lotta per l’abbattimento delle barriere architettoniche”; ha tenuto per alcuni anni una rubrica settimanale sulla diversabilità sulla rivista indipendente “Il Caffè”; si è impegnata in interventi a favore delle donne vittime di violenza con l’associazione casertana “Spazio donna”; è stata per un triennio membro della “Commissione per le pari opportunità” della Provincia di Caserta.

 

 

Classe ’44, sei nata in un periodo in cui risuonavano gli ultimi echi della Seconda Guerra Mondiale, tuo padre, esule ebreo rumeno, si era rifugiato in Italia a causa delle leggi razziali: come sono gli occhi di una bambina che guarda tutto questo?

M: Sono occhi sgranati e stupiti dalla grande varietà di un mondo ricco e articolato: la mia casa si riempiva continuamente di questo mondo, al contrario di quelle delle mie compagne di scuola o della stessa scuola delle suore che frequentavo. Da qui la conoscenza precoce di molti aspetti della vita, e la curiosità divorante ad approfondirli.

Che forma ha la memoria?

M: La memoria potrebbe avere la forma di un guscio, che sia pieno o vuoto dipende da noi: un essere umano senza memoria è un guscio vuoto.

Sei stata Dirigente scolastico in un istituto superiore fino al 2004, poi ha deciso che quello non era il tuo posto…

M: Il lavoro di Dirigente scolastico (20 anni!) mi ha appassionato e arricchito, ma -unitamente agli impegni familiare- mi ha molto limitato in altre attività per cui avevo interesse e voglia di sperimentarmi: da qui la decisione di dare le dimissioni volontarie dal servizio.

Com’è cambiata la scuola, ma soprattutto oggi la scuola offre la giusta guida per gli studenti e il loro futuro?

 

M: La scuola italiana è in continuo cambiamento, ciò che non giova troppo ai suoi utenti, né Dirigenti né professori né studenti; in essa le buone prassi -che pure ci sono- non riescono quasi mai a consolidarsi appieno e a divenire vero sistema. Manca una seria e competente politica in proposito, c’è troppa improvvisazione e pochi investimenti.

E ora un po’ del tuo ultimo libro.

Il prete ebreo che ho avuto il grande piacere di leggere e recensire; saggio, romanzo, testimonianza storica attraverso la voce di Simone, ebreo cattolico e poi frate, specchio di un periodo in cui molti si sentirono violentati della propria identità, delle proprie radici…

M: In effetti è il romanzo dell’Identità, identità rubata persa abbandonata misconosciuta, e l’essere umano senza identità e senza relativa memoria è “guscio vuoto”: le storie dei migranti di oggi e del loro spaesamento ce lo confermano.

Una delle tematiche di approfondimento riguarda la fuga degli ebrei rumeni dall’oppressione tedesca, tuo padre ne faceva parte: come si vive il momento della scrittura quando ti riguarda così da vicino?

 

M: Le mie storie non son autobiografiche, ma è chiaro che il vissuto personale trapela, è una vena carsica che giunge in superficie: il pensiero più ricorrente nel mio caso è stato da sempreché io non sarei mai esistita se mio padre avesse avuto un destino diverso. Emozione ed angoscia insieme.

Simone rappresenta la Chiesa, ma contrariamente ai suoi precetti, lui cede all’amore di una donna, alla carnalità nella sua pienezza, corpo e anima; hai descritto quei momenti con grazia ed eleganza, senza giudicare, mostrando tutta l’umanità di Simone, con le sue debolezze, i suoi indugi, “Sono in limine vitae. Lo so, lo sento, non mi dispiace”

M: Simone per me non doveva rappresentare la Chiesa, ma un’umanità allo sbando che può incarnarsi anche in uomini di Chiesa; e in questo sbandamento può esserci anche la passione dell’eros.

Qual è il tuo rapporto con la Chiesa?

M: Credo nella presenza di un’entità superiore quale che sia o la si voglia chiamare, ma con la Chiesa ho avuto da sempre un rapporto problematico-

Il grande esodo degli ebrei verso la terra promessa ha fatto nascere conflitti e dissapori, chi aveva o no ragione non sta a noi dirlo, è lecito domandarci: poteva essere evitata?

 

M: Il grande esodo degli ebrei è stato indotto e finanche organizzato dagli interessi politici ed economici degli Stati Uniti, dell’Inghilterra e della Germania, mentre gli altri stavano a guardare. Se si fosse pensato che si trattava non di Ebrei e Palestinesi, ma di “esseri umani” forse tutto questo abominio si sarebbe potuto evitare.

Il prete ebreo precede il romanzo Il tempo fa il suo mestiere (Spartaco edizioni 2016) -dando poi lo spunto per il personaggio di Simone- Qual è il mestiere del tempo?

M: “Il prete ebreo” segue “Il tempo fa il suo mestiere”; nasce in autonomia pur essendone una sua costola. Il mestiere del tempo è quello di sottrarci al monadismo imperante, il cui tratto peggiore è il continuo piacere dell’autoaffermazione: il tempo ci mette in riga e ci fa rientrare nei giusti limiti.

Quale messaggio vorresti che arrivasse ai tuoi lettori?

 

M: Il messaggio che mi auguro giunga ai miei lettori è che non smettano mai di alimentare il “vizio della speranza”.

Un po’ di te…e per stuzzicarti un po’

 

Il tuo scrittore preferito e quello che non leggeresti mai neanche sotto tortura.

M: Non ho letto Salman Rushdie dopo aver provato con i “Versetti satanici”; ho letto, riletto e rileggerei ancora Dante, Shakespeare e Amos oz.

Goethe nel suo libro “Viaggio in Italia” scrisse: «Vedi Napoli e poi muori» come dargli torto, Napoli da mille colori, dai mille sapori e dalla nostalgia che ti avvolge quando la lasci, parlami di lei della Bella Napoli…

M: Napoli è bella e infame, come le donne che fanno impazzire gli uomini; gli uomini belli e mascalzoni fanno impazzire le donne: perciò, se sei nata a Napoli, anche se non ci vivi più da anni, l’hai sempre dentro.

Un’ultima domanda: tua madre è stata una celebre pianista napoletana, se Il prete ebreo fosse una musica quale sarebbe?

 

M: Premesso che mia madre non è stata mai celebre o famosa, perché mio padre non le ha mai consentito di suonare in pubblico, se “Il prete ebreo” fosse una musica sarebbe l’Inno alla gioia di Beethoven: avere il vizio della speranza significa amare la vita nonostante tutto.

Ringrazio Mariastella per questa chiacchierata.

 

 

 Intervista a cura di Loredana Cilento

 

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