Cliché noir di Riccardo Gramazio- Recensione-

Riccardo Gramazio

Cliché noir

Lettere Animate Editore

Di Federico T. De Nardi

Battute fulminanti, tempo presente e ritmo indiavolato per “Cliché Noir” ultimo lavoro di Riccardo Gramazio musicista, scrittore poeta e molto altro, uscito per Lettere Animate editore. Come l’autore stesso annuncia nel prologo (Intro), “Cliché Noir” è un omaggio al cinema di Tarantino che ama tanto e quindi di riflesso, aggiungo io, a tutto il cinema italiano degli anni Sessanta e Settanta a cui Tarantino spesso ha detto di ispirarsi inchinandosi. Il testo si compone per tutta la sua lunghezza solo di dialoghi e battute, ciò mette a dura prova un autore, perché deve avere la capacità di saper avvincere un lettore con dialoghi come questo:

«Quindi io sarei uno scroccone?»

«Peggio, una sanguisuga.»

«Una sanguisuga?»

«Esatto!»

«Non te lo permetto…»

«E chi se ne frega! Per me sei una sanguisuga. La tua ventosa è sempre attaccata al mio portafogli.»

E nel testo i botta e risposta come questo rendono il testo vivace e divertente, considerando appunto che intento di Gramazio, lo ha sottolineato lui stesso, era divertirsi, scrivendo qualcosa di diverso dal solito (poesie e romanzi su rockstar fallite in crisi esistenziale). L’autore accenna anche al fatto di non avventurarsi nella lettura se spaventati dalle parolacce, ma queste non disturbano affatto, fanno parte dell’ambiente e ormai anche della letteratura (ricordo un testo di Meneghello in cui parlava di un abitante del suo paese, Malo, che bestemmiava per un’ora intera senza ripetersi, tanto per citare un autore ormai diventato un classico e che non è …noir, ma ‘alta’ letteratura). Torniamo al nostro testo e diciamo qualche parola in più sulla trama: i protagonisti sono Il Biondo, Jackie e Cat, tre balordi che si stanno recando in auto (scassatissima) a un appuntamento con l’Alieno, il loro capo e questo viene affrontato nella prima parte del libro. La seconda parte del romanzo, si apre con Dinjo, gestore di un locale chiamato “bad Morris” in una città denominata Silver. Non è un bel momento per Dinjo, perché gli affari vanno male.

«Dichiaro ufficialmente finita la pacchia. Sono stanco di aspettare, di pazientare, di vedervi bere a scrocco, di ascoltare continue lamentele. Per quanti anni ho assecondato le vostre richieste? Avanti, stronzi, per quanto tempo? Qualcuno di voi ha mai dato una mano a me? No, perché io sono quello da spennare, quello da fottere, quello che vi riempie il fottuto bicchiere anche quando non avete spiccioli in tasca…» Dinjo sta per chiudere il locale dopo aver picchiato Marvin, quando entrano i nostri Freddy, Jackie e Cat… che non trovano quello che cercano, ma qui mi fermo, perché ho già detto troppo di una storia frizzante e così vivace che se fosse stata ambientata in Italia, senza voler togliere niente all’omaggio tarantiniano e all’ambientazione americana, sarebbe venuta fuori un’opera ugualmente particolare.

Il Coyote prende fiato, si avvicina alla consistente riga e sniffa con avidità.

Un bel colpo.

Un brivido di potere.

L’amarezza della botta lo fa sentire all’istante nuovo di zecca.

Smascella compiaciuto, irrigidisce i muscoli del collo e, alla svelta, infila in tasca una manciata di cianfrusaglie.

Sul mobiletto, alla sua destra, scorge una busta semipiena.

Ci pensa su. Iniezione quotidiana di fiducia…

Ma sì, un altro colpetto!

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