Una scommessa rischiosa, Giovanni Gualdoni e Leonardo Da Vinci Il Rinascimento dei morti -Intervista

Sono virtualmente in compagnia dello scrittore e fumettista Giovanni Gualdoni, autore, insieme a Giorgio Albertini e Giuseppe Staffa, del romanzo horror/fantasy Leonardo da Vinci Il rinascimento dei morti, Newton Compton 2019.

 

Ma chi è Giovanni Gualdoni?

 

Giovanni è redattore della Sergio Bonelli Editore, dove ha esordito come sceneggiatore di Dylan Dog, ma non solo, la sua popolarità va oltre: la creazione di Wondercity, una serie a fumetti prodotta per la Francia e pubblicata in diverse nazioni tra cui l’Italia.

L’anima fantasy nel romanzo Leonardo da Vinci Il Rinascimento dei morti, la si deve a lui, che ha curato tutti gli aspetti, come dire…”zombeschi.

 

Grazie mille Giovanni per essere qui con me, e soprattutto complimenti per questa vostra opera davvero straordinaria.

 

G: Sono io che ti ringrazio per la tua passione e per il tuo lavoro. Raccolgo i complimenti per il romanzo che giro a Giorgio e Giuseppe, i miei altri due “complici” nel reato, in senso buono, di aver preso a prestito grandi figure storiche quali Leonardo da Vinci, Cristoforo Colombo, Michelangelo, Ludovico il Moro e molti altri, contaminandoli con l’horror del moderno filone zombie. 

 

Parliamo un po’ del romanzo: com’è nata l’idea di utilizzare il personaggio dell’ingegneroLeonardo da Vinci per l’ambientazione horror?

 

G: La cosa è nata circa sette anni fa (eh, già, ne è passato di tempo!) da una chiacchierata semiseria tra me e Giorgio, che già all’epoca pubblicava romanzi storici. Si discuteva della possibilità di collaborare unendo la sua straordinaria capacità da scrittore e la mia attitudine al fantastico. Fu come fu, a un certo punto gli buttai lì l’idea di contaminare il genere storico su cui lui, essendo anche un archeologo, era ovviamente ferratissimo, con il tema degli zombie, che mi vedeva e mi vede tutt’ora un grande appassionato. In principio la mia proposta vedeva Cristoforo Colombo come protagonista, investito del ruolo di involontario portatore del contagio che, scoppiato nelle Americhe, ritornava in Europa a bordo delle tre caravelle. La cosa piacque a Giorgio ma, quando si parlò di come l’epidemia si sarebbe potuta diffondere e di chi sarebbe potuto essere chiamato a contrastarla, l’unico nome che ci sembrò perfetto per l’impresa fu quello di Leonardo. 

 

Il romanzo è il primo di una trilogia, ci puoi già anticipare qualcosa per il seguito?

 

G: A livello di soggetto, a dire il vero, tutta la saga è già scritta e decisa. Per quanto, come ci siamo resi conto scrivendo il primo libro, le cose da raccontare si sono rivelate così tante e i personaggi così numerosi, che è possibile che tutto prenda una piega diversa da quella che abbiamo concordato. Quello che posso anticipare è che, con il procedere della vicenda, gli orrori che Leonardo dovrà affrontare cresceranno e il clima generale diverrà più cupo, pur lasciando spazio a una romantica quanto impossibile storia d’amore… e morte!

 

Un lavoro decisamente impegnativo e lo si evince da tutti gli elementi che si incastrano perfettamente, la finzione con la storia diventa un tutt’uno, tanto da destare perplessità dove inizia e finisce la realtà, hai mai pensato che potesse essere un azzardo equilibrare i due generi? Non sempre gli amanti degli horror si fanno trascinare dalla storia e viceversa.

 

G: Certamente è stata ed è tutt’ora una scommessa rischiosa, ne siamo consci, ma siamo anche felici di poterla affrontare sostenuti da un editore, Newton Compton, che non si è mai tirata indietro davanti alle sfide e che ci sta sostenendo con ogni mezzo e con una grande fiducia, passione, oltre che professionalità, nella promozione e distribuzione del romanzo. 

 

Qual è stato il personaggio che ti ha letteralmente affascinato tra quelli caratterizzati e soprattutto c’è un personaggio nel quale ti sei identificato di più? 

 

G: Se rispondessi Leonardo sarei passibile di linciaggio nel pormi a paragone con il più grande genio dell’umanità. Inoltre mentirei, dato che non mi sento affine a lui. In realtà il personaggio a cui, in questa versione alternativa che abbiamo costruito, mi sento più vicino a Cristoforo Colombo, un individuo che, come ogni creativo sa bene, è in perenne lotta per realizzare i suoi sogni e, al contempo, perseguitato dagli incubi che quegli stessi sogni, molto spesso, si portano dietro.  

 

Com’è nato questo fortunato sodalizio tra voi tre autori?

 

G: Un po’ per caso e un po’ no. Casuale nel senso che io e Giorgio, pur conoscendoci da anni, non avevamo mai pensato di collaborare, finché la cosa, come detto, non è saltata fuori durante una chiacchierata scherzosa. Non è invece un caso la scelta di lavorare insieme in un progetto che unisse la mia passione per gli zombie con la sua per la storia. Come non è un caso il coinvolgimento di Giuseppe, amico di vecchia data di Giorgio e già collaboratore della Newton Compton.

 

Cecilia e Leonardo, un’amicizia storicamente conosciuta alla quale è stato dato un pizzico di romanticismo, nonostante la differenza d’età, è possibile che realmente ci sia stato un interesse al di là della filosofia e dell’arte?

 

G: Non lo so ma mi piace crederlo. Credo sia una di quelle cose su cui storici e romantici persi dibatteranno per sempre. Appartenendo a quest’ultima categoria, citerò, storpiandola, una celebre frase tratta dal film “L’uomo che uccise Liberty Valance”, ovvero. “Qui siamo nel Rinascimento, dove se la leggenda diventa realtà, vince la leggenda”.

 

La figura di Ludovico il Moro, alquanto ambigua inizialmente, poi si rivelerà indispensabile:

 

Prima ancora che Leonardo potesse replicare il Moro stesso allontanò tale eventualità: «Certo che no. Non starei qui a sprecare il mio tempo con voi se dubitassi anche solo per un attimo delle vostre cognizioni mediche». Rifletté per alcuni istanti a occhi chiusi. «Dunque è tutto vero. Sta capitando anche a noi».

 

G: Do a Cesare quel che è di Cesare e confesso senza vergogna che la complessità e sfaccettatura del personaggio del Moro, anzi, la sua stessa presenza all’interno della vicenda, va attribuita interamente a Giorgio e a Giuseppe che, con un certosino lavoro di ricerca storica e bibliografica, dal buio della Storia ne hanno riportato alla luce una figura vivida e tutt’altro che stereotipata, come quasi certamente era quella reale di un uomo che visse in un periodo unico partecipando in larga misura ai mutamenti  epocali che avvennero e dei cui traguardi godiamo tuttora. 

 

E ora un po’ di te…

 

Quanto di te c’è nei personaggi dei tuoi fumetti?

 

G: Meno di quanto vorrei e più di quanto dovrei. Una bella frase da inserire nella mia biografia su Wikipedia e che, all’apparenza, non vuol dire nulla o vuol dire tutto. Riassumendola, significa semplicemente che, contrariamente a quando prescrive il manuale del buono scrittore, io non cerco mettere me stesso in ciò che scrivo tramutando le mie gioie e dolori in qualcosa da vendere. Ovviamente non è sempre possibile ma, dove e quando posso, cerco sempre di mettere un filtro tra me e i miei personaggi. Credo che, quando non ci riuscirò più, mi dedicherò al genere più diffuso e meno venduto al mondo: le autobiografie! 

 

Ti piace più Giovanni lo scrittore di romanzi o Giovanni il fumettista?

 

G: Non mi piace nessuno dei due. Non piacersi è l’unica masochista chiave per potersi migliorare. E non è neppure detto che funzioni. Ma ad ogni modo è l’unica percorribile. 

 

Un particolare ringraziamento va a George A. Romero, il papà de I morti viventi e dell’Apocalisse zombie, andiamo indietro di cinquant’anni circa, è un genere che ha ancora molto da dire?

 

G:  Mi stupirei del contrario. Papà Romero non ha solo inventato un genere, o per meglio dire, fuso due generi, quello degli zombie tahitiani e dei vampiri mathesoniani, ma li ha adattati ai tempi moderni, creando una metafora della società contemporanea che, come hai correttamente sottolineato tu, perdura a cinquant’anni di distanza. Una critica che, citando un mio collega e amico, si può riassumere semplicemente con la frase: “Beati gli ultimi che divoreranno i primi.” 

 

La mia domanda di rito nelle interviste: un bravo scrittore deve essere prima un buon lettore?

 

G: E’ difficile da dire. Penso che vada da caso a caso. Sicuramente non ci si può improvvisare scrittori senza avere quelle basi di grammatica, sintassi e di costruzione narrativa che ogni buon scrittore impara leggendo. Certo, per non scrivere la copia di ciò che altri hanno già fatto (masticare ciò che gli altri hanno già sputato), serve certamente saperne di più di ciò che si è letto nei libri o, ancora meglio, servirebbe aver vissuto e visto tante cose da poter poi tramutare in storie, racconti, esperienze reali e, come tali, vere e sincere.   

 

Cosa ti ha spinto a debuttare, in un certo senso, nel genere romanzo?

 

G: In realtà, il mio esordio in narrativa risale addirittura al 2008, con un romanzo per ragazzi realizzato a 4 mani con Chiara Caccivio. Intitolato “Rumbler, il segreto del Qwid” fu pubblicato da De Agostini e, pur non andando benissimo in Italia, ebbe un buon riscontro di pubblico all’esterno. Non così buono, ahinoi, da giustificarne un seguito. Il ritorno, quindi, alla narrativa è imputabile a una mia passione personale per i libri che c’è sempre stata e credo non mi lascerà mai. 

 

Con il senno del poi… avresti cambiato qualcosa nella trama? (Per me assolutamente nulla da aggiungere).

 

G: Parlo solo a nome mio e non degli altri co-autori, ma forse io avrei cercato di non portare la trama oltre il primo romanzo, anche a costo di partorire un malloppone di quattro o cinquecento pagine. Ma come detto, l’avventura e i personaggi hanno preso vita propria e riuscire a contenerne l’esuberante vitalità è stata impresa impossibile.  

 

Non ci resta che attendere il secondo capitolo, non vedo l’ora. Grazie mille per questa chiacchierata.

 

G: Grazie a te Loredana e a voi tutti che ci avete letto e che, magari, incuriositi, avrete voglia di seguirci in quest’avventura romanzesca che, spogliata dell’enfatico titolo di copertina del libro, potete chiamare anche semplicemente “Leonardo VS gli Zombi!”

 

 

Intervista a cura di Loredana Cilento

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