Tre tristi tigri di Guillermo Cabrera Infante – Il Saggiatore edizioni -Recensione

Tre tristi tigri di Guillermo Cabrera Infante

 

Recensione di LV 

 

Me li vado a cercare proprio col lanternino. Galeotta fu quella sera in cui ad una presentazione Alan Pauls definì “Tre tristi tigri” uno dei libri fondamentali della letteratura latino americana e da quella sera questo titolo mi frullava continuamente in testa. 


Avrei dovuto capire già dal titolo, quasi uno scioglilingua, a cosa sarei andato incontro e che immergermi nella scrittura di Cabrera Infante non sarebbe stata una passeggiata. 

 

Se l’autore è un funambolo del linguaggio, il lettore è un equilibrista che attraversa le pagine come sospeso su una fune. 

Cabrera Infante sperimenta e gioca sia con lo stile checon la scrittura, li cambia continuamente e il lettore deve districarsi in questo dedalo di parole a volte pronunciate quasi come in un delirio. 
Wittgenstein diceva che “il linguaggio è un labirinto di strade, vieni da una parte e ti sai orientare, giungi allo stesso punto da un’altra parte e non ti raccapezzi più”.Ecco, Cabrera ha dato al suo libro proprio la struttura di un labirinto nel quale il lettore deve continuamente segnare le tracce se non vuole perdere completamente la bussola. 

“Tre tristi tigri” non ha una trama ben definita e anche questo causa qualche difficoltà di lettura. Si intuisce che siamo nella Cuba di Batista e che di lì a poco la rivoluzione stravolgerà l’isola e porterà Fidel Castro al potere quindi è come se i personaggi risentissero di questa incertezza politica e si muovono come se camminassero sul ciglio di un burrone. Sono personaggi tristi e comici nello stesso tempo che animano le desolanti strade notturne dell’Avana. La Estrella, Silvestre, Bustrófedon, Arsenio Cué e Cuba Venegas sono sì coinvolti nella storia, ma all’autore interessava di più coinvolgerli in un gioco verbale e linguistico che mettesse in evidenza l’esaltazione della parola. A narrare è quasi sempre un uomo questo lo si capisce, ma non si capisce mai chi è. Spesso si ha come la sensazione che sia ubriaco, daiquiri e Mojito non mancano, e che stia delirando. Cambia e si alterna continuamente e confonde, così come continuamente cambia la narrazione con la quale l’autore ne approfitta per inscenare dei veri e propri virtuosismi letterari e a questo proposito sono veramente molto belle le pagine in cui fa raccontare la morte di Trockij ad autori diversi: José Martí, Lezama Lima, Alejo Carpentier tanto per citarne alcuni. 
Insomma, sì, è un gran bel libro, ma ho fatto una fatica pazzesca per ultimare la lettura. 
Il libro fu pubblicato nel 1965 e in Italia solo nel 1976. La mia è un’edizione abbastanza vecchiotta, 2006, ma la traduzione è sempre la stessa, cioè quella di 43 anni fa. Chissà cosa potrebbe cambiare con una nuova traduzione!

 

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