Vita, morte e miracoli di Bonfiglio Liborio di Remo Rapino – Recensione-

“Mò, quelli là, gli altri, tutta la gente di sto cazzone di paese, vanno dicendo che sono matto. E mica da mò, che me lo devono dire loro, quelli là, gli altri tutta la gente di sto cazzone di paese che sono matto. Pure io lo so, e sempre ci penso, notte e giorno, d’inverno e d’estate, ogni giorno che il Padreterno fa nascere e morire, con la luce e con lo scuro, ci penso, che c’ho sempre pensato per vedere di capire come mai sta coccia mia da quasi normale s’è fatta na cocciamatte, tutta na matassa sgarbugliata fuori di cervello…”

Se è vero il detto che “il matto è colui che ha perso tutto tranne la ragione”, Bonfiglio Liborio, protagonista del bellissimo libro di esordio di Remo Rapino, ne è la conferma. Ammette e riconosce la sua follia, ma precisa che vuole capire come mai la sua testa (coccia) da normale è diventata matta.

“Che poi è come se uno cammina dritto e di botto a un bivio tutto storto come una serpe gli s’intreccica la sguardatura e cambia strada che manco se ne accorge…”

Beckett dirà che “si nasce tutti pazzi. Alcuni lo restano”. Forse è il caso di Bonfiglio Liborio, una vita contrassegnata da una triste, malinconica e profonda solitudine, che sì, vive con la madre, ma non c’è giorno in cui non pensa di voler conoscere quel padre che non ha mai conosciuto e di cui sa soltanto che “ha gli occhi come i suoi”. È una fissazione che si porterà appresso per tutta la vita e che non perderà mai occasione di ripetere. Così come saranno una sua fissazione la morte del nonno Peppe, gli insegnamenti del maestro Cianfarra Romeo, il primo amore per Giordani Teresa e via via tutti gli altri personaggi che incontra nel corso della sua vita e ai quali si lega con profondo affetto. Perché Bonfiglio Liborio sarà pure pazzo, ma è dotato di una umanità che difficilmente non conquista ed emoziona.

Attraverso le peripezie di Liborio, Remo Rapino racconta quasi un secolo di storia e lo fa imitando e trascrivendo la “parlata”, intrisa di termini dialettali, del vero Liborio, quello che l’autore ha conosciuto, e che si esprimeva storpiando sintassi e parole dando vita a una lingua particolare ma che non rende per niente difficile la lettura.

Liborio vedrà la guerra, le stragi naziste, da buon comunista ma “che perde sempre” piangerà la morte di Palmiro Togliatti, conoscerà l’Italia del boom economico e l’italia del terrorismo e delle stragi, fruirà delle case di tolleranza ma sarà anche “ospite” di un manicomio prima della riforma Basaglia. Ben cinque anni chiuso in un manicomio solo perché, operaio alla Ducati, voleva sapere dal suo sorvegliante, che lo vessava, “che non sapevo a che serviva davvero il mio lavoro…insomma che io facevo rondelle e bulloni per otto ore al giorno, tutti i giorni, tutti i mesi, tutti gli anni che stavo là alla Ducati, che è vero mi aveva dato pane e lavoro, con qualche puttanizia di contorno, ma pure io mica non gli avevo dato niente alla Ducati, e allora almeno volevo sapere questo, cioè a che servivano tutti quei pezzi che cacciavo…trecento pezzi al giorno…cinquemila in un mese che ogni anno facevano cinquanta-sessantamila pezzi tra rondelle e bulloni…che volevo sapere a che cazzo servivano…” Domanda legittima che non riceve risposta dal sorvegliante e che farà andare su tutte le furie Liborio, che prima di allora “non aveva mai fatto male a una mosca”, tanto che lo riduce in fin di vita. Per questo sarà chiuso in manicomio, perché voleva sapere e questo sarà un marchio indelebile sulla sua vita fatta di solitudine. E anche tra le mura del manicomio incontrerà tanti personaggi tra i quali si distingueranno Teresa Balugani e il dottor Mattolini Alvise che insieme a tutti gli altri inviterà nel suo ipotetico pranzo di addio.

Così finalmente può finire la storia, perché ogni storia finisce, e se finisce, finisce, e non ci sta più parola da dire. Ogni storia di uomo, matto o normale, è una mescolatura delle stesse cose, na cascanna di lacrime, qualche sorrisetto, na cinquina di gioie di straforo, e un dolore grosso come quando al cinema si spengono le luci…”

“Sono guarito, signori: perché so perfettamente di fare il pazzo, qua; e lo faccio quieto! Il guaio è per voi che la vivete agiatamente senza saperla e senza vederla la vostra pazzia”.

(L. Pirandello- Enrico IV)

Recensione a cura di LV

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