Il rosso vivo del rabarbaro, Audur Ava Ólafsdóttir – Recensione

(Il rosso vivo del rabarbaro, Audur Ava Ólafsdóttir)

traduzione di Stefano Rosatti

Recensione di Riccardo Gavioso

Un caso la straordinaria qualità della letteratura islandese?

In letteratura poco o nulla accade per caso, e certamente caso non è che il più piccolo paese europeo abbia la più alta percentuale di lettori. Inevitabile, direte voi, in un paese dove fino agli anni ottanta la televisione non trasmetteva il giovedì per riposo settimanale e tutto il mese di luglio per ferie. Questo, oltre a suscitare in qualcuno un legittimo moto d’invidia, ci dice molto sulla quantità delle opere islandesi ma molto poco sulle ragioni della loro elevata qualità: i motivi, come sempre, sono molteplici, ma mi piace pensare che il principale, forse per la secolare abitudine all’isolamento, sia proprio il rifiuto da parte degli islandesi di scimmiottare altre letterature e rimanere ostinatamente ancorati, con un linguaggio rinnovato, ad antiche forme di narrazione.

Del resto, il vocabolo che gli islandesi utilizzano per definire il romanzo è una crasi dei termini “racconto” e “poeta”, e suona “skáldsaga”, da cui il sospetto che proprio le grandi saghe medievali si siano trasformate in piccole saghe quotidiane, con minuscoli eroi, in lotta con una natura spesso bizzosa e ciclopica. Piccoli eroi come la nostra Augustina, giovane “sirena” che, nonostante la coda, vuol scalar montagne, in modo che il suo sguardo possa librarsi in cerca di una madre perennemente a “caccia” di uccelli e di un padre perennemente a “caccia” di balene, vite parallele che si sono incrociate per rubare ai propri destini un attimo intenso e foriero di un muovo destino, nel rosso vivo di un campo di rabarbaro.

Sotto questo profilo il primo romanzo della Olafsdottir mi pare paradigmatico. Caratterizzato da levità poetica, quasi una “pietas” laica nel disegnare persone o cose, liquido e fiabesco nel mutare continuamente forma dal reale all’onirico, sembra invocare l’attenzione di un lettore preparato, capace d’apprezzare uno stile apparentemente lontano dai consueti canoni narrativi. Per chi ami gli autori iperborei sarebbe un vero peccato perdersi quest’opera del 1998, recuperata in pubblicazione italiana nel 2016 da Einaudi, visto il crescente successo internazionale della scrittrice islandese.

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