La professione del padre di Sorj Chalandon – recensione

Non ricordo chi, ma qualcuno scrisse: “Diventare padre non è difficile. Essere un padre: questo è difficile”.

Recensione di LV

Un padre, un buon padre, non lo è stato sicuramente André Choulans figura paterna del meraviglioso libro di Sorj Chalandon. A dire il vero André non è stato nemmeno un buon marito.

La voce narrante è quella di Émile, il figlio, ora anziano, che racconta le sua infanzia alle prese con un padre violento, irascibile, manesco, pazzo mitomane, bugiardo fino all’inverosimile. Un uomo malato fino al punto di ritenersi il protagonista della storia francese e addirittura di muoverne le fila. Émile all’inizio, come tutti i bambini, rimane affascinato dalla figura paterna e dai suoi racconti. Gli crede in tutto e per tutto. Pure quando nel suo delirio di onnipotenza il padre gli dice di essere stato un cantante di successo, un grande portiere, insegnante di arti marziali, spia, agente segreto, amico di De Gaulle e poi incaricato di ucciderlo, implicato nel l’attentato a Kennedy e chi più ne ha più ne metta. Come potrebbe un bambino di appena 12 anni non credere ai mirabili racconti del proprio genitore? Émile gli crede fino al punto di volerlo emulare, sostituirsi a lui ed entrare nell’organizzazione segreta di cui fa parte la mente malata del padre. Gli crede e accetta con rassegnazione tutte le prove a cui lo sottopone il padre e a tutte le violenze con cui lo punisce, giustificato, il padre, anche da quella moglie che ripete solo e continuamente: “sai com’è fatto tuo padre”. Una moglie talmente presa dalla paura che riuscirà a mentire pure davanti a una commissione di medici e psichiatri. Incapace di opporsi a quel marito violento tanto da assecondarlo nelle sue manie e violente intemperanze e alle volte anche lei si scagliava, per disperazione, contro il povero Émile:

Rimanevamo io e mia madre…Ero ancora per terra. Non appena lui ha chiuso la porta, lei ha fatto gesti in tutte le direzioni, di una tristezza spaventosa. Mi sono protetto il viso. Mi ha schiaffeggiato a due mani, i capelli negli occhi. La testa, le braccia, le spalle. Dei colpetti da niente. Lei si difendeva, si liberava, si proteggeva dall’infelicità. Batteva i denti. Non sapeva niente della violenza.

<Ma cosa hai combinato ancora!>

E poi si è messa a piangere…”

Émile cresce, con una madre disperata e rassegnata e un padre violento e anaffettivo. Si sposa e cerca invano di riprendere i contatti. O meglio, i contatti ci sono ma il tempo non li ha cambiati. Nemmeno quando Émile va a trovare i genitori con la moglie Fadila e il figlio Clément:

Mia moglie era in difficoltà con i miei genitori. Li fiutava come una lupa inquieta. Non le avevo mai parlato della mia infanzia. Né della violenza, né della follia…Poche parole, qui e là. Niente di più, ma qualcosa si immaginava. Mi osservava di nascosto. Una tristezza, una pioggia autunnale, una rabbia brutale, un’emozione troppo viva, una lacrima di Natale, uno sguardo abbattuto. Ce l’aveva con loro per avermi rovinato…”

“<Mai più> ha detto mia moglie quando siamo usciti…

<Mai più> ha ripetuto…

<Non voglio vederli mai più, perché ti fanno ancora del male>.

Alla stazione ho comprato dell’acqua. Abbiamo riattraversato il fiume. In lontananza, la chiesetta squadrata della mia infanzia, la collina, il cielo tornato all’estate. Ho posato la fronte contro il finestrino. Clément continuava a dormire. Fadila sonnecchiava.

E allora ho pianto…”

Émile queste lacrime le aveva trattenute per tanti lunghi anni. Non piangeva da bambino, anche quando il padre lo picchiava violentemente o lo rinchiudeva nell’armadio o quando costringeva la mamma a dormire fuori nel pianerottolo. Piange ora che è diventato padre, ora che anche lui ha il compito di crescere un figlio ed esercitare la professione più difficile che esista.

Mi fermo qui altrimenti rischio di rivelare tutto e togliervi il piacere di leggere questo romanzo sublime, commovente fino alle lacrime.

Vi ricordate il passo del giovane Holden in cui il protagonista diceva : “Mi fanno impazzire i libri che quando hai finito di leggerli vorresti che l’autore fosse tuo amico, per telefonargli ogni volta che ti va”.

Ebbene, “La professione del padre” mi ha talmente fatto impazzire che vorrei conoscere l’autore, abbracciarlo e dirgli semplicemente: grazie!

3 risposte a "La professione del padre di Sorj Chalandon – recensione"

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