La morte e la primavera di Mercè Rodoreda- La nuova frontiera

La morte e la primavera

Mercè Rodoreda

La nuova frontiera edizioni, 2020

Traduzione di Amaranta Sbardella

Recensione di LV

Non è il libro che consiglierei per iniziare a conoscere Mercé Rodoreda. È un capolavoro, a parer mio, ma non lo consiglierei per la sua complessità. Chi ama leggere e ama la letteratura quella alta non può non leggere Mercè Rodoreda e i libri da cui iniziare per conoscerla sono tanti.

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“La morte e la primavera” è la descrizione di un sogno, o meglio, di un incubo. Il romanzo che contiene tutta la vita della Rodoreda e al quale ha dedicato gran parte della sua vita a scriverlo e a rivederlo e nonostante questo costante impegno il romanzo è rimasto incompiuto.

Conrad scriveva: “La vita è questa, forse, un sogno terrificante”.

Ecco, in questa frase c’è “La morte e la primavera”. La vita che si svolge in un paese imprecisato, in un luogo imprecisato e in un tempo immobile e imprecisato assume le sembianze di un sogno terrificante. Pure i personaggi sembrano essere terrificanti e incompiuti, non tanto per gli evidenti difetti fisici che si portano appresso fin dalla nascita, quanto per la condizione in cui sono costretti a vivere:

E gli uomini, che sono fatti d’acqua, vivono con la terra e con l’aria. E vivono in prigione. Tutti…”

E forse la mancanza di libertà non è la condizione che meglio di ogni altra cosa rende evidente l’incompiutezza della vita umana?

Soprattutto se la libertà ti viene negata fino al punto “di non poter scegliere il modo di morire e farla finita” o vivere in una condizione talmente precaria che “per poter vivere bisogna vivere come se si fosse morti”. Quanta, quanta tristezza, mi viene da dire parafrasando il titolo di un altro bel libro della Rodoreda.

E quanta solitudine aggiungerei. Tutti i personaggi, nessuno escluso, conducono la loro esistenza in completa solitudine. La comunità in cui vivono, li costringe per un qualche sortilegio malefico a vivere in solitudine e a condurre un’esistenza storpia che non li conduce da nessuna parte. Un incubo, appunto.

Mercè Rodoreda ha riportato in questo romanzo tutta la tristezza della sua vita e la solitudine in cui si è trovata a vivere suo malgrado. Il suo impegno politico l’ha costretta all’ esilio per molti anni e in questi anni ha potuto sperimentare la “condizione mutilata” in cui vive chi è stato privato della propria libertà. Conoscere la vita dell’autrice, e le sue precedenti opere, è quindi condizione necessaria per accostarsi a quest’opera, complessa indubbiamente, ma estremamente affascinante. Triste quanto si vuole, ma che contiene pagine di autentica poesia. Non si può dire come l’avrebbe conclusa l’autrice se avesse potuto dedicargli ancora altri anni della sua vita. La morte l’ha colta di sorpresa, pensate un po’, nelle “Primavera” del 1983 e nei manoscritti inediti che ci sono pervenuti la concludeva lasciando trasparire tutto il suo pessimismo e il suo male di vivere:

“…Che tutto mi veda di nuovo e che io possa rivedere tutto… e perché e perché se per morire ogni giorno dal giorno in cui si nasce. Morire con la notte e credere di vivere con il giorno… e nelle tenebre fare un altro sé perché non finisca quella catena che chissà quando è cominciata e chissà quando finirà, mentre nel mezzo rimane soltanto il male…”

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