Tutti i giorni di Terézia Mora – Keller Editore

Tutti i giorni di Terézia Mora

Keller Editore, 2020

Traduzione di Margherita Carbonaro

Recensione di Loredana Cilento 

“Un sabato mattina al principio d’autunno tre operaie trovarono su un campo giochi abbandonato, nel quartiere della stazione, il traduttore Abel Nema che oscillava appeso a testa in giù a una struttura per arrampicarsi. I piedi avvolti in nastro adesivo argentato, un lungo impermeabile nero gli nascondeva la testa. Dondolava piano nel vento mattutino.”

Abel il barbaro, Abel il genio, Abel il muto, Abel Nema è l’uomo ritrovato penzoloni, a mo’ di pipistrello, ed è l’imperscrutabile protagonista dell’affascinante romanzo di Terézia Mora, Tutti i giorni, edito da Keller editore nella brillante traduzione di Margherita Carbonaro.

Abel è un profugo slavo, scappa dalla sua terra per rifugiarsi a B. ma la lingua e i documenti sono indispensabili, conosce  dieci lingue:  non si sa dove le abbia apprese, ma le conosce, e piuttosto bene, tanto da riuscire a guadagnare quel tanto che gli basta.

Per i documenti, la dolce Mercedes, madre del lungimirante Omar, che ha ceduto un occhio per la saggezza, si offre di aiutarlo: una vera e propria salvezza, Mercedes sposa l’Uomo Nero.

Un uomo gentile, tranquillo, di aspetto gradevole. E al tempo stesso non c’è nulla che vada. Anche se non è possibile definirlo più precisamente. C’è qualcosa di sospetto in lui. La sua maniera di essere gentile, tranquillo e di gradevole aspetto. Ma forse è così quando si possiedono doti straordinarie.

Assiduo frequentatore del Mulino dei Matti, un locale dove si fa baldoria con veemenza, e si accompagna con bande di bizzarri musicisti tra cui l’irrequieta Kinga che vive nell’anarchica Kingania dove non esistono dittature o despota, e vige la libertà dell’uomo.

Il cuore,  A.N. però lo ha lasciato lontano, straziato da quel rifiuto implacabile del giovane Ilia.

Si ha, dunque, la percezione che la scrittrice, prima traduttrice e poi acclamata scrittrice, abbia riversato nei personaggi, teatrali e ampiamente ispirati, un disagio ancestrale, di una non globalizzazione –  all’interno della Germania -, dove si risente ancora, sommessamente di una indifferenza all’integrazione, sospesi, sulla suddetta questione; così come il protagonista Abel Nema, respira il vuoto, il disagio di una terra a cui non riesce ad appartenere.

Ungherese per metà, l’altra metà ignota, diceva, aveva in sé il sangue di tutte le minoranze della regione, un immigrato, uno zingaro, un imitatore di voci e un avventuriero, capace di suonare contemporaneamente due flauti e la balalaica, e chissà cos’altro.

Ma non solo Abel Nema incarna lo straniero senza terra, il barbaro, il trouble, prima di lui il padre, lo slavo nemec di cui non si sa nulla e che lo ritroveremo sul finale in un emozionante dialogo con Abel.

Kinga, Konstatin, Kosma, sono perduti, sono i riflessi di uno struggimento sociale ed emotivo, sono il ritratto deforme di un’epoca in costante disagio, la disperazione, l’affanno che tutti i giorni ritroviamo sul cammino del vivere quotidiano. Esuli perenni, in continua contraddizione con il mondo.

Tra immaginazione e stupore, tra delicato surrealismo e incalzante realtà, la Mora ci consegna un libro affascinante, dove, la perdita e il naufragio lento nell’abisso della disperazione, ci avvolge e ci sconvolge, in un continuum tra normalità e follia.

Nel complesso, però: non mi lamento. Anche se non me ne sono reso conto, per la maggior parte del tempo sono stato: felice. A parte le lacerazioni – non so se si possa dire così: nel tempo? – quando all’improvviso diventava insopportabile, né vita né morte ma una terza cosa per cui l’uomo non è fatto, quando la marea del disgusto e del timore ti sommerge e ti travolge, non ti porta neppure nel dolore, neppure quello, ma nel nulla, nulla, nulla finché a un certo punto, come acqua, rallenta e trapassa in un fluire idilliaco e io, relitto, resto sulla riva.

Terézia Mora, nata nel 1971 a Sopron, in Ungheria, da una famiglia appartenente alla minoranza etnica tedesca, vive a Berlino dal 1990, ossia dalla caduta della Cortina di ferro. Per il suo lavoro di scrittrice e traduttrice ha ricevuto numerosi e importanti riconoscimenti, fra cui il Premio Ingeborg Bachmann, l’Adelbert von Chamisso Preis, il premio della fondazione Rowohlt per la traduzione di Harmonia Caelestis di Péter Esterházy e la borsa di studio dell’Accademia Tedesca di Villa Massimo, a Roma, attestandosi come una delle voci più intense della nuova letteratura tedesca. Il suo romanzo Tutti i giorni (Alle Tage, 2004), per il quale ha ricevuto, tra gli altri, il Premio della Fiera del Libro di Lispia, è stato tradotto in oltre dieci lingue. Nel 2013 ha vinto il German Book Prize per il libro Das Ungeheuer. Nel 2018 ha ottenuto il prestigioso Georg Büchner per l’opera completa.

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