Fuga dal settimo piano di Ludovico Landolfi – Fernandel edizioni

Titolo: Fuga dal settimo piano

Autore: Ludovico Landolfi

Editore: Fernandel. 2020

Pagg:144

Recensione di Loredana Cilento

“Dal giorno del mio ricovero a Villa Quercia mi annoio raramente. L’ospedale psichiatrico è un posto curioso, una giungla popolata da una fauna multiforme. Sotto lo stesso tetto convivono moltitudini di casi umani, sindromi, morbi, disturbi della personalità, bipolarismi, allucinazioni…”

Fuga dal settimo piano, ovvero il diario di una folle e grottesca fuga dalla clinica psichiatrica Villa Quercia, dove sono “ospitati” i bizzarri personaggi di questa esilarante storia scritta da Ludovico Landolfi che esordisce brillantemente per Fernandel edizioni.

Ispirato al racconto del grande Dino Buzzati, Sette piani, Ludovico Landolfi ci accompagna, assieme al suo anonimo protagonista, tra le mura di Villa Quercia, strutturata su sette piani, ognuno dei quali ha la sua funzionalità a seconda della gravità della malattia mentale: al primo i pazienti meno gravi, poi man mano, se il disturbo peggiora, si viene trasferiti ai piani superiori.

“Io, ad ogni modo, non ho niente da temere, il dottor Cugini mi ha assicurato che la mia permanenza al primo piano non si protrarrà oltre le prossime due settimane. Il tempo di riprendermi e sarò dimesso.”

Sette capitoli per ogni piano, dove incontreremo personaggi bizzarri e soprattutto le loro manie, le ossessioni di cui sono pervasi, inizieremo questo esilarante viaggio dal primo piano con la conoscenza di Giovanni Leporale con la sindrome di Cotar, ufficiosamente è morto nel salotto di casa sua durante i Mondiali di calcio: Uanduele, chiuso nel suo mutismo selettivo; la signora Giroldini che si prende cura dei mandarini; un ladro di canarini e l’inventore della dottrina religiosa Iperventilazionismo.

Per una serie di beffarde circostanze e malintesi, il protagonista inizierà una vera e propria salita ai piani superiori, e man mano cercherà di escogitare una rocambolesca fuga assieme alla sua mini banda di spostati, verso la sospirata libertà.

La rappresentazione dei personaggi e delle loro ossessioni sono puramente funzionali nel loro surrealismo, le varie dinamiche sono messaggi, metafore di una inquietudine interiore che oggi ritroviamo in una società iper dinamica, caotica e persa in una folle normalità.

L’ossessione del telefono ad esempio, il bisogno di affetto, di prendersi cura di qualcuno anche se fossero solo mandarini, lo stesso protagonista è ossessionato dalla marijuana ne percepisce l’odore, il sapore durante i suoi voli onirici. Ma c’è anche un aspetto che è un po’, a mio avviso, il focus su cui si concentra l’autore: emerge un senso di inquietudine e di sospensione in questi gesti meccanici, ripetitivi, calcolati.

“Dai vetri della mia stanza vedo una casetta con un piccolo giardino, al centro del quale c’è un ciliegio in fiore. Ne deduco che siamo fra marzo e aprile. Qui dentro si perde la nozione del tempo. A Villa Quercia le ore scorrono lentamente e inesorabilmente, scandite dagli appuntamenti della giornata, le settimane si susseguono, una dopo l’altra, come in un limbo, specialmente qui al settimo piano, è inverno e primavera, è l’ora delle medicine, fra poco sarà estate, è l’ora della merenda, e via dicendo.

Non ricordo nemmeno da quanto tempo non aggiorno questo mio diario. Essere pazzi ha indubbiamente i suoi vantaggi, non lo nego. Siamo slegati dal tempo e dalle responsabilità, persino le più elementari. Sei pazzo? Puoi dire quello che ti pare, puoi parlare da solo, ridere, piangere, nessuno ci farà caso. Puoi anche fare quello che ti pare, entro i limiti del regolamento. Ieri mi sono strappato i capelli, così, tanto per provare.”

Ciò che però differenzia l’attesa, quasi come  senso di compiacimento, è il desiderio di libertà di fuggire da una situazione paradossale che non appartiene al protagonista, che si muove quasi freneticamente in mezzo a un limbo statico e cadenzato dalla routine.

Ottime le caratterizzazioni dei folli astanti che funzionano perfettamente, incarnando, le tematiche sopracitate, alleggerendo il tutto con toni umoristici e una scrittura scorrevole, gradevolmente fluida, sfumata da una leggera contaminazione metaletteraria.

Fuga dal settimo piano scritto sotto l’ombra di un pergolato di glicine, porta dentro come gemme preziose, il ricordo degli amici di Ludovico che gli hanno fatto compagnia, metaforicamente durante l’isolamento della pandemia, un libro scritto con il cuore e per questo ringrazio l’autore e l’editore per questo piccolo grande gioiello.

Ludovico Landolfi è nato nel 1981 e ha vissuto fra Roma e Cesenatico. Diplomato in cucina, laureato in lettere moderne, ha frequentato a Roma un master in grafica editoriale e ha lavorato come art director in diverse agenzie di comunicazione. Nel 2012 ha fondato PopTheQuestion, un’azienda di cartotecnica avanzata che produce libri e biglietti in formato pop-up. Fuga dal settimo piano è il suo primo romanzo.

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