Me’med, la bandana rossa e il fiocco di neve di Semezdin Mehmedinović – Bottega Errante Edizioni

Semezdin Mehmedinović
Me’med, la bandana rossa e il fiocco di neve
Traduzione di Elvira Mujčić
Bottega Errante Edizioni, 2020
Recensione di Loredana Cilento

Colonna sonora Morcheeba – Blood Like Lemonade

Abbiamo bisogno di conoscere maggiormente una letteratura che comprenda quella parte d’Europa segnata dai conflitti che hanno consumato un popolo, ma anche alle sue tradizioni, terre che hanno molto da raccontare. Grazie a Bottega Errante Edizioni e ai suoi piccoli gioielli che puntano al Nord-Est Europa crocevia di atmosfere vere e imperturbabili, possiamo leggere opere narrative e reportage, di straordinaria bellezza che permettono al lettore di viaggiare con il cuore e con la mente.


Me’med, la bandana rossa e il fiocco di neve (BEE trad.di Elvira Mujčić) è il romanzo autobiografico dell’autore Semezdin Mehmedinović, nato a Kiseljak, presso Tuzla, nel 1960, poeta e scrittore di diverse raccolte poetiche e racconti, è inoltre  redattore. Nella  mezzanotte del 31 gennaio 1996 dopo la fine dell’assedio di Sarajevo e la conclusione della guerra di Bosnia, Semezdin Mehmedinović si trova all’aeroporto di Zagabria in viaggio verso Phoenix in Arizona, un viaggio da emigrante, esule in terra straniera, con il piccolo Harun e sua moglie Sanja.


A Mehmedinović gli è  stato rammendato il cuore in quel lontano 2010, quando un’ambulanza lo trasporta d’urgenza in ospedale, il medico non sapendo pronunciare quel nome “strano” lo chiama più semplicemente Me’med. 
Un flusso di ricordi legati alla sua terra, agli anni vissuti in America, ma soprattutto a un anno in particolare…
“Anche io nel mio passato ho un anno dal quale non sono mai uscito.
Il 1992.
Qualche volta il mio sonno è rotto dal crepitare di un kalašnikov sopra Sarajevo.”

Quindici anni dopo,  Me’med e il giovane Harun, fotografo e sceneggiatore, sono in Arizona, una sorta di  viaggio errante on the road, senza mappe, attraverso i villaggi della Virginia, per trovarsi faccia a faccia con il mondo, nel deserto, per inseguire il cielo notturno prima delle nuvole.


Harun indossa la bandana rossa, status symbol  dei giovani pionieri di Tito. Un orgoglio per le loro origini. Sanja invece indossa un abito bianco come un fiocco di neve.
Insieme a Me’med si ricostruisce un trittico familiare
che disegna la mappatura del vero significato di casa “là dove sei in compagnia delle persone a te più care.”
Senza esplicitare mai, nel mémoire,  Mehmedinović narra una nostalgia lacerante, percepita ampiamente dal lettore, in quel che sono i ricordi di uno straniero sradicato dalla sua terra e mai integrato totalmente in un mondo che, gli suggerisce di abbandonare la sua lingua e adattarsi a una società che lo leggerà sicuramente con più convinzione.
L’opera di Semezdin Mehmedinović osteggia pacatamente un’America trumpista, sente il ribollio di una minoranza in pericolo, punito per i peccati altrui, zavorrato dal pregiudizio identitario e che porta con sé  le code delle granate cadute nelle case in cui ha vissuto.
La lingua come metafora di vita, come tradizione, come memoria, senza di essa tutto è perduto, nella lingua risiede il suo mondo, la solitudine si frappone tra due lingue di cui  una è solitaria e lontana. Per capire la grandezza del suo oblio ha bisogno di ricordare, di tornare al passato e qui che si snoda la trama di una biografia di un esule che rivendica la sua patria.

“Invece sono finito come un esiliato nel grande continente, solo e senza interlocutori. Straniero. E per di più mi sono abituato a questa solitudine, l’ho accettata come un premio per tutti gli errori che ho fatto nella vita. E come un baratto per i desideri non esauditi.”  

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