Mai e poi mai il fuoco di Diamela Eltit – Gran Via edizioni

Frontista, stalinista, pazza assassina. Una parola dietro l’altra, un insieme di parole elaborate in un’equazione implacabile. Sillabe sonore, perfette, organizzate via via in una catena armonica che risuona come una ripetitiva litania.

Recensione di Loredana Cilento

Diamela Eltit è nata a Santiago del Cile nel 1949. Insignita di numerosi riconoscimenti, tra cui il Premio nazionale di Letteratura 2018, il Premio internazionale Carlos Fuentes 2020 e il Premio FIL di Letteratura in Lingue Romanze 2021, è una delle voci più significative e apprezzate del panorama letterario latinoamericano, ai più forse sconosciuta in Italia, ma grazie alla casa editrice Gran Via, con l’attenta traduzione di Raul Schenardi, possiamo leggere un’opera monumentale come ha dichiarato Vicente Luis Mora, un’opera cupa, dove nel chiuso di stanza sono raggomitolati una coppia ex militanti che ripercorrono gli ideali rivoluzionari tra lotte e patimenti, tra odio e amore in un mondo oramai vinto da ogni speranza.

Una prigione che avvolge i due corpi piegati in curve innaturali, due corpi in lento declino in un’atmosfera monolitica, densa di rancori e rimproveri per un tempo che fu. La voce narrante è un lungo monologo che trascina il lettore nelle memorie di una coppia che disvela i fantasmi del passato e che orbitano attorno a un letto ormai privo di ogni calore, il ricordo di un figlio morto, il ricordo di un respiro flebile, delle lacrime, della testa che si scuote in un diniego per preservare la segretezza della cellula.

Mai e poi mai il fuoco, titolo che riconduce all’enigmatica poesia del poeta peruviano César Vallejo, è la consapevolezza del fallimento prima degli ideali rivoluzionari poi della coppia, un ménage devastato dalle perdite, dal dolore, dai silenzi, persuasi da ideali che non esistono più e si scontrano con la quotidianità di una mercificazione moderna dettata dal capitalismo.

Mai e poi mai il fuoco è una geografia disegnata con linee spezzate dagli inganni, dalle sofferenze, dal tacito assenso, sono le rovine che sovrastano un’epoca assopita, vinta dalla pochezza dei sentimenti e degli ideali.

Nel letto della coppia, simbolo ormai decaduto di amore e tenerezze, e ora rappresenta un posto dove nascondersi, lo stesso simbolo dei corpi rannicchiati, un volersi nascondere dagli spettri del passato che aleggiano sussurranti in un vuoto che annichilisce, ma la voce narrante, la donna, la madre, la moglie è l’unica che cerca una consapevolezza, una verità, una ragione significativa, rievocando la militanza e poi il declino, l’unica che sembra reattiva, l’unica che cerca di sopravvivere, quasi un eufemismo, alla quotidianità. La trama è contaminata da continue digressioni temporali, e il tempo stesso a essere messo in discussioni con ricordi frammentati, profonde fessure recise da tentativi di far luce, di dare un volto alla utopistica visione rivoluzionaria vista dopo il post dittatura.

Votati alla disciplina richiesta a un militante, abbiamo eseguito puntigliosamente gli ordini. Camminavamo seguendo i nostri stessi passi. Per tutto il tempo dovevamo camminare dietro noi stessi, guardandoci le spalle. Così siamo diventati i nostri sorveglianti.

Una storia potente, una narrazione a flusso continuo, tormentata e struggente.

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