Canaglia di Itamar Orlev – Giuntina edizioni


Recensione di Loredana Cilento

“La sua pelle e il suo respiro emanavano lo stesso odore pungente di vodka che sempre esalava da lui, ma che a quell’epoca per me era solo l’odore di papà.”

Un esordio brillante quello di Itamar Orlev, vincitore del Premio Sapir in Israele e del Prix du Meilleur Roman des lecteurs Points in Francia, con la sua Canaglia (pagg.400) edito da Giuntina con la traduzione Silvia Pin.

Canaglia è un romanzo sincero, commovente sull’amore filiale, sui rapporti genitoriali, la ricerca d’identità, Canaglia è un romanzo  sul dolore, sulla rabbia e le privazioni, soprattutto affettive. 

Tadek è uno scrittore fallito, lasciato dalla moglie per la sua inerzia,  decide di andare a trovare quella canaglia di suo padre Stefan, come dirà  poi “È stato un padre di merda»,  nella casa di riposo per reduci di guerra in Polonia, terra natia abbandonata da oltre vent’anni, quando la madre decise di lasciare il padre e tornare in Israele. Tadek vuole guardare con gli occhi di un adulto quel padre sprezzante per anni, violento che aveva rovinato la vita di sua madre seppellendola nel quotidiano e nella fame.

«Dio solo sa cosa ti passa per la testa: andare a trovare l’uomo che ha portato al mondo dei figli solo per mandare a puttane le loro vite».

Stefan convince Tadek a intraprendere un viaggio verso i luoghi familiari fino a Lublino. Stefan è un vecchio malfermo rivestito di pelle e rabbia, porta con sé le cicatrici di una guerra, la seconda guerra mondiale, dentro e fuori, richiuso nel campo di concentramento di Majdanek, vessato, torturato, umiliato,  in guerra, soprattutto in quella guerra, non c’è scelta.” STEFAN è un uomo ormai alla resa dei conti con quel figlio che nonostante tutto è lì con lui, nonostante una vita di violenza e alcol si prende cura di quel vecchio bandito.

“Allora ti porto io».
«Come?».
«Sulla schiena».”
“Non esiste che tu mi porti sulla schiena. Mi rimane ancora un minimo di dignità».
«Almeno sulle scale, altrimenti davvero lo perderemo. Nessuno ti conosce qui. E non capisco, da quando ti interessa quello che la gente pensa di te?».
Papà ci pensò su.
«Ci vorrà un minuto. Altrimenti ti riporto in casa di riposo, non mi lasci scelta».
«D’accordo,» disse alla fine «ma solo sulle scale».”

L’iconografia virgiliana è di forte impatto emotivo, il figlio che si carica il vecchio padre sulle spalle, uno scambio di ruoli, ma che non dà ancora adito a un perdono, né a una resa affettiva.

Siamo negli anni ottanta la Polonia è sotto il regime comunista, un’epoca cupa e che sembra lontanissima dalla Polonia odierna: mancano beni semplici come i fiammiferi, la povertà è palpabile il coprifuoco scatta alle otto, un coprifuoco che quasi terrorizza per eventuali conseguenze, un’atmosfera resa tangibile dalla straordinaria capacità dell’autore di contestualizzare l’epoca.

Ma chi è Stefan? Un uomo consumato dal dolore, dalla rabbia, Stefan è quell’uomo con il petto gonfio e le braccia muscolose, dal  linguaggio aggressivo e slabbrato, ironicamente sfacciato, persuaso e ferito dall’orrore vissuto,  sembra che tenga solo alla sua bottiglia di vodka e pochi altri amici, a un passo dalla condanna a morte e salvato in extremis, quasi dostoevskiano, di quell’uomo resta una foto in bianco e nero e la gioia per il  suo Tadzio.

Un viaggio lungo i binari dei ricordi, un memoir di luoghi e persone, di un vissuto lontano, nei PGR, le fattorie agricole statali fondate con la nazionalizzate delle terre, un rocambolesco tour nelle terra natia, e del perdono.

Pagine e pagine di una grande  bellezza evocativa, dense e dolorose, due ritratti, due uomini che cercano uno il perdono, l’altro un briciolo di pentimento, pagine che dettano una commovente pietas  sulla vulnerabilità e la fragilità di due generazioni che portano con sé il peso di un passato di violenza e orrore.

“Volevo raccontarvi della guerra,» dice d’un tratto con voce grave «volevo raccontarvi di quei bastardi dei tedeschi. Perché sappiate. Perché sappiate che gli uomini sono delle luride bestie. Volevo raccontarvi di quel maledetto posto dove sono rimasto sepolto per due anni. Di Majdanek”

Itamar Orlev è nato nel 1975 a Gerusalemme. Ha pubblicato racconti in importanti riviste letterarie israeliane, come  Moznaim ,  Massmerim  e  Mitaam . Il suo primo romanzo, Bandit , ha vinto il Premio Sapir 2015 per un primo romanzo e la borsa di studio per la traduzione della Fondazione Rabinowitz nel 2015. La sua commedia, Blindness , ha vinto il primo premio al festival Open Stage del teatro Beit Lessin 2009. Si è laureato al Programma di Sceneggiatura presso la Sam Spiegel Film School di Gerusalemme e ha conseguito una laurea in Storia presso l’Università di Tel Aviv. Lavora come editore e ghostwriter e vive a Berlino con sua moglie, Leanne, e i loro due figli, Daniel e Alex.

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