Al circo di E vissero tutti feriti e contenti con Ettore Zanca- Intervista all’autore

Viaggio virtualmente con la mente e la fantasia attraverso le storie che leggo, oggi mi fermo davanti a un tendone del circo, maestoso e coloratissimo, ad aspettarmi c’è l’autore  siciliano del libro “E vissero tutti feriti e contenti” (Ianieri Edizioni 2017) Ettore Zanca, ma non solo…

Ettore,  ha scritto Polvere (2011); Vent’anni (2012), con Daniela Gambino, dedicato a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e vincitore del premio speciale per la legalità La torre dell’orologio; Zisa Football Club (2012); Stiamo arrivando (2016); Oltre la linea bianca (2017). Con il racconto Meglio essere Peter Parker ha vinto il concorso letterario “Fame di Parole” della Società italiana di psicologia e criminologia. Il suo racconto Palermo-Torino, è stato pubblicato dalla edizione domenicale de «La Repubblica»

Benvenuto Ettore, prego accomodiamoci, lo spettacolo sta per iniziare, mettiti pure comodo perché…  come dici nel tuo libro “Qui dentro si sfida la morte…La morte di una vita monotona e troppo omologata. Qui dentro chi racconta ha le righe del proprio romanzo formato dalle sue cicatrici. E le parole escono vergate con un filo di inchiostro rosso del sangue che scorre con la passione.”

E la tua è una grande passione, cosa provi quando scrivi?

E: Credo sia l’unico momento insieme all’amore in cui se fatto con il cuore mi riconosco. Scrivere è una forma per me simile alla congiunzione carnale e al contempo al nostro essere “altro da noi”, diventiamo un delirio e un momento sospeso, in cui il tempo si ferma e dobbiamo solo essere lì, con tutte le nostre forze, ecco, forse l’unica cosa che cambia è che nella scrittura hai un foglio, nell’amore hai un corpo che ti si accosta, ma la storia è lì, da scrivere in entrambi i casi.

Esiste secondo te il lieto fine?

E: Ne esistono tanti, quante sono i brutti epiloghi, esistono quando cambi radicalmente il tuo modo di vedere e non ti spaventa più quello che ti spaventava prima, esistono quando magari, superato un brutto male, capito che non era il tuo momento, vedi la vita più attentamente, diventi percettivo e senti sole e vento sulla pelle come se avessi la carne scoperta. E poi stai più attento agli altri. La tua vita continua, ma quello è un lieto fine.

Sottovoce quasi sussurrando, per non farci sentire, ti chiedo che cos’è la felicità, e soprattutto è giusto inseguirla rischiando di farci male, ne vale veramente la pena?

E: Mio padre diceva che la felicità è una puttana, scappa sempre quando sei infelice. Per me esistono momenti, polaroid di felicità che devi goderti. Per parte mia lo sento quando magari avverto la mia schiena che si rilassa, lì so che sono felice. Quasi ubriaco. Nel resto dei casi, a proposito anche del libro, siamo equilibristi per me e quello dobbiamo cercare, un equilibrio.

«Quando è sincera, l’amicizia possiede la bellezza di un’aquila in volo, la potenza di un ghepardo in corsa, la regalità di un leone sazio»

Sei mai stato tradito dall’amicizia?

E: tantissime volte e tantissime volte forse lo avrò fatto io, ho imparato che l’unico tradimento che non ammetto è quello per futili motivi, diventa un’aggravante come nel diritto penale, ammetto il tradimento per amore. Ho perdonato chi si è innamorato di una donna che amavo io ma che mi aveva lasciato. Va bene così.

E vissero feriti e contenti… paure, dolore, amore, emozioni, delusioni un caleidoscopio di sentimenti, ispirato, brillante e fortemente introspettivo, perché hai voluto dare voce a tutto questo?

E: Ho sempre avuto un prurito particolare verso chi sta peggio, sto male se non riesco a rendermi utile. Ci credo che possiamo essere tutti un valore aggiunto. Gaber diceva che “qualcuno era comunista perchè non era felice se non lo erano anche gli altri” E io la penso così, raccontare e adoperarsi sono due facce del provare se non a rendere felici, a lenire. La letteratura della sconfitta è commovente e  dare voce a chi non ne ha fa essere utili. E poi chi ha conosciuto la polvere ha più storia da raccontare, più bella e sanguigna. Specie se risorge.

Hai tratto ispirazione, e attinto alla realtà, da ciò che hai visto, dalla cronaca moderna, perché nulla si inventa?

E: Raymond Carver dice che gli scrittori possono raccontare cose false basate su fatti veri. Romanzare la realtà lascia molto spazio all’inventiva, ma spesso quando apprendi quello che succede, ti rendi conto che per quanto tu abbia messo tutta la fantasia possibile, certe realtà di vissuto, di cronaca, hanno più fantasia letteraria del più famoso degli scrittori. In questo momento penso che chi scrive è in gara con la realtà per chi è più creativo e vince di poco la realtà.

Qual è stata la storia più difficile che hai scritto nel tuo libro?

E: Quelle in cui ho provato a parlare di mondi non miei, di slealtà, di vita di chi viene rifiutato e messo ai margini. Mi hanno insegnato che nella narrativa, se parli di te devi farlo in terza persona, se parli di un altro in prima. Questo perchè da te ti distacchi e vedi più oggettivamente mentre quando racconti vite altrui, ti immedesimi. A volte ho raccontato storie che mi hanno fatto mancare il fiato. E so che altre forse non riuscirò mai a raccontarle per la stretta che provo solo a pensarci.

Hai ripercorso con i tuoi  libri un periodo della storia moderna fra i più tragici e infami che l’Italia ricordi,  la strage dei due giudici di Palermo e della loro scorta, Borsellino e Falcone, cosa hai provato?

E: Sono palermitano, a me hanno stuprato la mia terra, nel 1992. Scriverne non è stato facile. Bisogna pensare che a casa mia c’era un sentimento molto forte di legalità, grazie all’impegno sociale che avevano i miei genitori anche come sindacalisti. Erano persone di famiglia, di cui si parlava che provavano a cambiare una terra. Aggiungo che io andavo nel liceo dove molti dei figli dei magistrati del maxi processo andavano, fu sotto la mia scuola che morirono due ragazzi travolti dalla scorta di Borsellino che scartò pensando ad un attentato. E Borsellino non se la perdonò mai. Ecco, per noi che ci abbiamo sperato, ècome se fosse il dolore di un arto mancante che non passa mai.

Si può trovare una cura per la disonestà? Come dici tu, « Sembra che a un certo punto la corruzione, la connivenza, il favoritismo, la raccomandazione, si siano cominciati a diffondere come un vero e proprio virus».

E: Credo che la disonestà sia fisiologica a chi non riesce a pensare che a sè. Se pensi che chi si macchia di reati di inquinamento del territorio, spesso su quel territorio ha figli, ti rendi conto che per molti comandare è meglio che fottere, o addirittura far vivere i figli. Però sono sempre convinto che l’illegalità, la disonestà non sia numerosa, è solo ben organizzata, ha reti capillari.Se un criminale di una cosca mafiosa va in Bolivia, già sa chi gli darà ospitalità, noi fuori dal nostro condominio non siamo nulla, ecco ci vorrebbero le cosche degli onesti, gli onesti organizzati con capillarità come la criminalità. Ma se non finisci nella fantapolitica nel mondo reale non succede.

Qual è la bestia più feroce che divora gli uomini, la bestia che ci divora dall’interno?

E: I conflitti irrisolti e l’invidia, quella brutta che porta a distruggere e non emulare. Credo che ognuno abbia solo voglia di non mollare la mattonella che ha.

E vissero tutti feriti e contenti è un messaggio perturbante che fa riflettere; analizzando i personaggi e le loro storie, ci soffermiamo sulle fragilità umane, sui luoghi comuni, sulle dicerie di quartiere e le etichette che si stampano sulla pelle, sulle diversità. Ma è soprattutto un messaggio di vita, un messaggio ad andare avanti quando la vita ci dà un calcio nel sedere e ci fa cadere, quando tutto sembra “uno schifo” e ci viene voglia di mollare, ecco che arriva in città un circo …

« La vita non è un cane da lasciare in autostrada perché diventata ingombrante e fastidiosa. Purtroppo, che le piaccia o no, lei deve vivere come un albero che ha il dovere di andare avanti perché i rami mettano fiori. Perché questo mondo ci ha dato un compito, vivere.

Vivere finché si può.

Vivere finché ogni giorno si rammendi all’altro e ogni ferita si suturi.

Vivere sbattendo e frantumandosi.

Vivere vegetando e ricostruendosi.

Finché la favola non si chiuda, e un Dio Mangiafuoco non dica che la storia è finita».

E: Un messaggio fondamentale è che non possiamo prenderci l’arbitrio di decidere quando finisce. Un dio Mangiafuoco, una morte con la falce, ci aspettano, non dobbiamo corrergli incontro troppo presto. Come se un calciatore che sta perdendo decida che a 20 minuti dalla fine vuole andarsene. Non si molla fino all’ultimo e non si lascia nessuno indietro. Nessuno deve restare indietro e nessuno solo.

Che forma ha la vita?

E: tonda, come la palla con cui giocavamo da bambini, come la terra e le sue contraddizioni, come i bulbi oculari che ci fanno vedere il mondo con la meraviglia di un bambino.

un po’ di te…

L’ultimo libro letto?

E: Di cosa parliamo quando parliamo d’amore di Raymond Carver

Un libro che non leggerai mai?

E: Mio padre diceva che per conoscere il male devi documentarti, ma non credo riuscirò mai a leggere il Mein Kampf di Hitler. Specie dopo aver letto se questo è un uomo di Levi.

Per stuzzicarti…

Cosa pensi dei social media, della loro diffusione, ma soprattutto uso o abuso?

Quanto conta essere social oggi?

E: Ripeto spesso che i social sono come la dinamite, aprono gallerie e contatti, se usati bene, devastano se usati per far male. Essere social è la vetrina del negozio oil curriculum per l’ufficio, conta per far arrivare quello che sei in maniera sintetica e immediata, ma devi essere sincero.

Parliamo anche di musica: ENRICO RUGGERI ha scritto per te una bellissima prefazione, musica e letteratura si mescolano all’interno della raccolta, le note vibrano, accompagnando il lettore, come nel racconto La pazzia e i burattini…

E: Amo molto come ho detto, avere una colonna sonora di quello che scrivo. Enrico oltre che un amico, ha il pregio di scrivere canzoni e frammenti che sono vita vera. Se non la conosci ascolta la preghiera del matto, una canzone sulla depressione, poi recitala ad alta voce senza musica, sembra una poesia contemporanea.

Quanto secondo te incide la lettura sulla scrittura?

E: Non solo incide, è fondamentale, Stephen King dice che per scrivere bene devi leggere molto.

In un certo senso leggendo il tuo libro ho sentito un po’ del Lupo Benni, ironia e surrealismo per raccontare la vita, ti ritrovi?

E: Io sì, ma spero che Benni non si offenda per il paragone e ci quereli.

Ringrazio Ettore augurandogli di continuare nel suo lavoro di Spacciatore di sogni.

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