La musica e la scrittura  di Diego Collaveri.

Oggi sono in compagnia, virtualmente, a Livorno, con il poliedrico scrittore Diego Collaveri e la sua bambola del Cisternino, ovvero la terza indagine dell’affascinante  ispettore Botteghi, ma prima conosciamo meglio Diego e la sua carriera…il tutto cullati dalle note della bellissima canzone di Patty Pravo La bambola

Diego Collaveri, scrittore, sceneggiatore, regista e musicista. Quante personalità albergano in te e quale abito ti piace più vestire? 

Penso che alla fine la personalità sia soltanto una e forse è proprio il filo rosso che mi ha condotto attraverso tutte le esperienze fatte e i vari “abiti” indossati nel tempo. Non nascondo che una parte di me rimpiange ancora il musicista, carriera che ho dovuto interrompere per alcuni problemi, ma devo ammettere che i panni dell’autore li trovo alquanto comodi.

 

Hai davvero un curriculum molto fitto e ricco di esperienze, ma alla fine, se posso essere sincera, ritrovo davvero tutto ciò che hai fatto nella tua scrittura. Quindi azzardo: hai convogliato tutto te stesso nei tuoi romanzi?

 

Diciamo che sicuramente il fattore comune è sempre stata la scrittura, prima in musica, poi in cinema. Adoro raccontare storie, immaginarle, creare mondi e situazioni. Ammetto che poi il vantaggio di aver lavorato in certi settori ha ampliato la mia capacità di narrare e di inserire una percezione di campo sia visiva che auditiva più ampia.

 

In effetti la tua scrittura è molto evocativa, al limite del film.

 

Grazie, per me è un bellissimo complimento.

 

Quest’ultima è la tua decima pubblicazione, un traguardo che mi dicevi senti importante. Che cosa significa per Diego Collaveri scrivere un libro?

 

Amo narrare, come dicevo prima. Amo che chi legge ritrovi le sensazioni che io ho pensato. Amo che i lettori si appassionino alla storia, ai personaggi; che soffrano, che si divertano, che stiano male per ciò che sta accadendo a quelle figure eteree che si sono creati nella propria mente. Spesso sento dire da molti autori, specie agli esordi, che scrivono libri che “a loro piacciono di sicuro”, credo che in questo ci sia una forte pecca in quanto già si esclude il pubblico, che invece è il fruitore del nostro lavoro. Per me un libro è questo: creare una storia che trasmetta emozioni a chi la legge. Non so se in questo caso mi ha fatto più strano perché ero arrivato a un numero di publicazioni a due cifre, però ammetto che quando mi sono ritrovato il libro tra le mani ho ripensato a quando avevo tra le mani il primo e mi chiedevo se mai fosse esistito un disgraziato a cui sarebbe piaciuto, cosa che tra l’altro continuo a chiedermi per ogni nuovo volume.

 

Parlami del tuo ultimo lavoro: La Bambola del Cisternino, edito da Fratelli Frilli Editori.

 

Si tratta della terza avventura del commissario Mario Botteghi, poliziotto di Livorno, qui alle prese con l’omicidio di una vecchia prostituta che all’apparenza sembra tanto irrilevante, quanto penoso, vista l’età della vittima. Invece dietro a un caso che tutti bollerebbero come indifferente si nasconde molto di più, ed è col ritrovamante di un secondo cadavere, quello di un famoso imprenditore edile che si occupa del restauro di edifici storici in città, che l’intreccio e il caso vero e proprio cominciano.

 

Botteghi è un personaggio affascinante e dalla psicologia molto complessa. In genere agli autori si chiede quanto di proprio o di ciò che vorrebbero essere hanno messo nei loro personaggi, io ti chiedo il contrario: cosa c’è in Botteghi che con Collaveri non c’entra niente o che proprio non sopporti?

 

Una volta, durante un festival, dissi che se Botteghi fosse realmente esistito non sarebbe stata di certo una di quelle persone con cui uscire una sera a cena o a bere qualcosa. Credo che siamo davvero molto diversi. Penso che non abbiamo molte cose in comune e mi viene da dire per fortuna, viste appunto le croci e i rimpianti che si porta dietro. Mi hanno domandato spesso della psicologia di Botteghi; molti la trovano complessa, molti la trovano lineare. La verità credo stia negli occhi di chi legge e nel passato che ognuno si porta dietro. Amo che i miei personaggi non siano mai o bianchi o neri, ci deve essere sempre un continuo altalenare tra luce e oscurità, perché la vita stessa in fondo è così. Per me non esistono gli assoluti, o per lo meno non sono umani.

 

Il genere “crime” ha da sempre dei personaggi ben impostati sulle proprie tipologie e il noir forse ancora di più. Quanto è alto il rischio del cliché e come lo si può rapportare a un sottogenere come il noir metropolitano, che nel nostro paese si sta ormai affermando come una narrativa importante?

 

Sai, il noir è un genere molto particolare, che nasce e si sviluppa quasi contemporaneamente in narrativa e in cinema. Sarebbe assurdo dire che i personaggi principali non abbiano delle regole fisse che li caratterizzano e che, in un certo senso, possono anche renderli un qualcosa di “non” nuovo, ma in fondo proprio questa è una delle caratteristiche del genere, che come dicevi è seguitissimo. Si parla di una letteratura di intrattenimento che, negli ultimi anni, sta sempre più prendendo piega di riflesso della cronaca nera delle varie realtà urbane italiane. Ecco che allora si carica di un messaggio sociale attuale una tipologia di narrativa che da sempre ha avuto questa funzione, fin dai racconti della mala agli albori, che descrivevano una realtà suburbana che aveva quasi dell’incredibile. Dove sta quindi il confine tra il reale e la finzione? Io da sempre credo nelle dosature, quindi parto sempre da storie credibili per intrecciare un qualcosa che potrebbe facilmente esistere nella nostra realtà.

 

Hai parlato di messaggio sociale e subito mi è saltata in mente una frase de La Bambola del Cisternino, quando si parla di “schiavi delle proprie vite”. Mi ha fatto molto riflettere, specie analizzando i vari personaggi e le loro storie. Pensi che questa società incateni le persone nel proprio quotidiano, fino a farle diventare parte imprescindibile della meccanica preimpostata della vita?

 

Come ti dicevo, non credo negli assolutismi, quindi non amplierei questa definizione alla vita in generale. Questo però è sicuramente il senso che volevo dare alle vite dei personaggi di questa storia, figure appunto che scontano una vita ai margini, senza occasioni di migliorarsi e sicuramente pagano un conto salato alla vita, invece di ottenere un meritato riscatto. Credo che in questo si celi il vero senso del noir, cioè la mancanza di happy ending cui invece il giallo classico ci abitua. In questa storia non è tanto la risoluzione del caso, a cui alla fine si arriva e che quindi rappresenta già una conclusione positiva, ma le direzioni che prendono le varie vite dei protagonisti. A una prima occhiata può sembrare una visione pessimista, ma penso che si tratti più della malinconica visione della durezza della vita. Sta a noi lo spirito con cui la affrontiamo.

 

E questo ammetto emerge dalla lettura; una malinconia di fondo che avvolge tutta la storia e ti entra dentro man mano che ti addentri all’interno del caso. Merito anche della colonna sonora: La Bambola di Patty Pravo, che accompagna tutto il libro.

 

Sì ed è la prima volta che affido alla musica un aspetto così preponderante in un mio scritto. Credo che proprio questo sia un ottimo esempio di quanto il nostro vissuto diventi filtro di ciò che riceviamo attraverso la comunicazione. Da sempre sostengo che la forza e la valenza di uno scritto (che sia testo musicale, poesia o narrativa) sia l’universalità dell’emozione che trasmette, cioè la capacità di essere condivisa, attraverso il velo dell’esperienza personale, dal maggior numero di persone possibili, andando a toccare la parte più personale di noi. Questo è il concetto da cui sono partito per questa storia: il testo di La Bambola. Pensa a quanto questo cambi di significato dagli occhi di una adolescente a quelli di una vecchia prostituta che ha passato tutta la vita sul ciglio di una strada. Ritengo che questa sia la vera forza della parola.

 

Nei tuoi libri anche la città di Livorno, nell’ultimo periodo colpita da una profonda tragedia, è grande protagonista, specie nella sua storia che diventa parte integrante della macchina narrativa.

 

Gli avvenimenti recenti hanno davvero lasciato una traccia indelebile che resterà dentro tutti i cittadini. Non credo sia possibile spiegare Livorno a chi non è della città, quindi mi viene difficile descrivere cosa ognuno ha provato dopo la tragedia dell’alluvione, con le vittime e la distruzione che ha portato con sé. Il silenzio irreale di incredulità, che ha coperto come un mantello funebre i giorni successivi al disastro, mi resterà dentro per sempre, ma so anche che l’orgoglio labronico non si farà togliere il sorriso da uno schiaffo, per quanto doloroso, e saprà rialzarsi.

Tornando ai libri, ammetto che l’aspetto storico e le ricerche che affronto mi affascinano molto e mi permettono di vedere la mia città, che troppo spesso ho dato per scontata, con occhi completamente diversi. Abbiamo un patrimonio enorme e nemmeno ce ne rendiamo conto, un vero spreco. Auspico da sempre una svolta dell’economia cittadina verso il turismo, ma questo è un tasto molto dolente all’interno del microcosmo cittadino.

 

Grazie davvero di aver condiviso col blog tutto questo e di averci parlato del tuo ultimo libro, di cui ti faccio ancora molti complimenti.

 

Grazie a voi.

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